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Anche il suo diciottesimo compleanno il Festival Umbria Jazz Winter lo festeggia all’insegna della qualità e della suggestiva scenografia. Si può affermare infatti che buona parte del successo della manifestazione si deve, oltre alla qualità del cartellone proposto dal direttore artistico Carlo Pagnotta, sicuramente anche alla città stessa che la ospita. Orvieto ci mette di suo l’architettura di una delle più belle città della regione e d’Italia, l’ottima cucina, il buon vino che ben si amalgamano con la musica che a partire dalla mattina e senza soluzione di continuità fino a tarda notte accoglie i sempre numerosi visitatori nel periodo dal 29 dicembre al 2 gennaio 2011.

Molti anche quest’anno i nomi importanti in programma: prima di tutto l’eccezionale duo pianistico Stefano Bollani e Chick Corea, continuando poi con il nuovo progetto di Paolo Fresu con Gianluca Petrella, la Brass Bang, Danilo Rea, Roberto Gatto, Renato Sellani, Joe Locke con Dado Moroni e Rosario Giuliani, Ray Anderson, Alfredo Rodriguez, scoperto nell’ultima edizione estiva di Umbria Jazz, la cantante statunitense Dee Alexander e molti altri. A conclusione infine la serata in collaborazione con Musica Jazz e il “TOP JAZZ 2010”, con i musicisti vincitori del referendum indetto annualmente dalla più prestigiosa rivista jazz italiana.

I concerti si svolgeranno al Teatro Mancinelli, inaugurato nel 1886, che offre la sintesi dei principali caratteri dell’architettura orvietana, al Palazzo del Popolo, realizzato in pietra basaltica e tufo, descritto la prima volta nel duecento, al Palazzo dei Sette, eretto a cavallo del trecento, caratterizzato da volte e archi possenti e affiancato dalla pregevole Torre del Papa, a Palazzo Soliano. Non mancherà anche quest’anno la location d’eccezione del celeberrimo Duomo, progettato da Lorenzo Maitani e realizzato tra il trecento e il cinquecento, che ospita nel pomeriggio di Capodanno la Messa della Pace impreziosita e caratterizzata dalla presenza della musica gospel. Suggestivi teatri della manifestazione infine saranno anche la Sala del Carmine, una ex chiesa del 1300 facente parte del più vasto complesso del Carmine che comprendeva anche un convento, e il Ristorante San Francesco, situato in un edificio che ospitò un convento francescano del 1200, location del gran cenone di fine anno la notte del 31 dicembre a suon di jazz e vera e propria sede dei Jazz Lunch e Dinner.

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Il grande pittore manierista nonché eccellente biografo dei maggiori artisti italiani, rivive di nuova luce nelle sale del secondo piano del Museo di Capodimonte di Napoli. Dopo un complesso restauro vengono esposte per la prima volta, dal 17 dicembre sino al 27 marzo 2011, sedici opere del pittore aretino Giorgio Vasari (1511-1574), provenienti dalla Sacrestia del complesso ecclesiastico di via Carbonara nel capoluogo campano. I dipinti su tavola, commissionati nel 1545 dall’ordine degli Agostiniani, furono terminati dal Vasari a Roma nel 1546 con la collaborazione di Cristofano Gherardi, uno dei suoi più fedeli collaboratori, e narrano alcune celebri storie del Vecchio Testamento e della vita di San Giovanni Battista. Il restauro delle tavole costituisce una vera riscoperta e viene presentato in un allestimento che tende da una parte a rievocare la collocazione originaria nella Sacrestia, dall’altra a dialogare con le altre opere del maestro aretino («Presentazione al tempio», «Resurrezione» e «Cena in casa del Fariseo») presenti nelle collezioni del Museo napoletano.

L’intervento sulle opere del restauratore Bruno Tatafiore viene dettagliatamente documentato nell’esposizione con un corredo fotografico di supporto ad alta definizione che fornisce dettagli interessanti anche sulla tecnica pittorica utilizzata dal Vasari. Un ricco apparato di illustrativo rievoca poi i luoghi e i monumenti dove, nel corso del breve soggiorno napoletano fra il 1544 e il 1545, l’artista e i suoi collaboratori lavorarono raccogliendo un notevole successo e ricevendo richieste da personaggi illustri tra cui il viceré don Pedro de Toledo.

In occasione della mostra è stato realizzato da Sds Grafica un video che racconta immagini e luoghi della città vicereale dove Vasari si trovò a operare. Gli apparati didattici sono a cura di Ida Maietta e Anna Pisani, mentre il catalogo è affidato a Ida Maietta (Paparo Editore).

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Scusate ma proprio non posso dire quasi niente di buono sull’ultimo film con Angelina Jolie, la quale per di più si trova affiancata da Johnny Depp e diretta da Florian Henckel von Donnersmarck (il regista di Le vite degli altri, Oscar al miglior film straniero 2007), quindi teoricamente pienamente in possibilità di realizzare qualcosa di buono. E invece no. The tourist risulta una banale spy story con risvolti comici non si sa quanto involontari, dove mancano le novità, manca il mordente, il film stenta a decollare e gli stessi due protagonisti sembrano poco convinti dei rispettivi personaggi. Neanche la colonna sonora aiuta, anzi; e la scenografia, che spazia dall’Italia e la Francia, affonda e affoga nei luoghi comuni turistici. Infine ci si mettono pure le gag offerte dal gruppetto degli italiani (Nino Frassica e Christian De Sica) a condannare il film a una mediocrità senza appello.

Insomma se il passo falso di Johnny Depp sorprende, vista la sua capacità di rendere guardabili autentiche boiate, l’interpretazione di Angelina Jolie purtroppo conferma che l’attrice è da un po’ che non riesce a fare centro.

Menomale che nel multisala mi son potuta aggrappare ai pop corn formato famiglia…


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La Warner Bros. ha trovato 17 minuti inediti di riprese di 2001: Odissea nello spazio, il classico di Stanley Kubrick del 1968. Il girato, secondo Slash Film e The Film Stage che hanno riportato la notizia, si trovava in una cassaforte situata in una miniera di sale del Kansas, luogo che possiede condizioni climatiche adeguate alla conservazione delle pellicole cinematografiche. A dare la notizia del ritrovamento è stato Douglas Trumbull, che all’epoca fu supervisore degli effetti speciali, durante la presentazione di un suo documentario sul capolavoro di Kubrick al festival di Toronto. A quanto narra Trumbull, inizialmente la durata del film era di 160 minuti, successivamente Kubrick scelse di tagliare alcune scene per alleggerire la narrazione. Pare che gli spezzoni contengano alcune scene sulla parte del film riguardante l’origine dell’uomo, altri la ricerca di Dave Bowman (Keir Dullea) di un antenna da sostituire, la parte dell’ammunitamento di HAL 9000, ed una camminata nello spazio di Frank Poole (Gary Lockwood). Trumbull infine ha riferito che non sa cosa la Warner preveda di fare con le riprese ritrovate, fortunatamente, in perfette condizioni.

Un annuncio emozionante, non confermato ufficialmente, che sta mettendo in fibrillazione i cinefili di tutto il mondo: del resto il capolavoro fantascientifico-metafisico di Stanley Kubrick, uscito nel 1968 e tratto molto liberamente dal romanzo di Arthur C. Clarke, è stato oggetto, già all’epoca dell’apparizione nelle sale, di un’adorazione parareligiosa da parte di schiere di fan; e che non ha mai più perso, nel corso del tempo, il suo carisma e la sua aura quasi leggendaria. Personalmente trovo difficile immaginare un racconto più riuscito in linguaggio cinematografico sul ciclo di vita e morte e sull’eternità della vita. Evidentemente l’eternità della vita di Kubrick ha lasciato ulteriori tracce tra noi, fa piacere pensarla come un suo regalo di Natale dall’universo.

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Aveva 88 anni il versatile e brillante regista Blake Edwards, la cui leggerezza,  ironia, la sua capacità di dirigere interpreti talentuosi (si pensi a Peter Sellers o a Audrey Hepburn), hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia del cinema e anche del costume. Basti pensare alle esilaranti vicende della Pantera rosa, e ancor prima il romantico ed elegante adattamento per il grande schermo del romanzo di Truman Capote Colazione da Tiffany, continuando poi con il graffiante Hollywood party (ancora con un allucinato Peter Sellers) e l’esilarante commedia en travesti Victor Victoria (con la seconda moglie Julie Andrews).

Insomma, dobbiamo purtroppo salutare anche lui. Ci ha lasciato mercoledi scorso per una complicazione polmonare presso il St. John’s Health Center di Santa Monica, California,dove era ricoverato.

William Blake McEdwards (questo il suo vero nome) è figlio d’arte: suo nonno, J. Gordon Edwards, era un regista del muto e il padre, Jack McEdwards, un regista teatrale e produttore. Dopo i primi anni in cui si era cimentato come comparsa prima e attore cinematografico poi, inizia negli anni ’50 la sua avventura nella commedia americana, e nel 1961 raggiunge le vette dell’Olimpo hollywoodiano grazie al successo di Colazione da Tiffany. Nonostante i suoi film abbiano sempre colto nel segno e conquistato pubblico e critica, Edwards non è mai stato un autore amato dall’estabilishment: un po’ per il suo celebre caratteraccio, un po’ perché ha spesso citato in tribunale, per un motivo o per l’altro legato ai contratti, le case di produzione. “C’è così poca gente con un briciolo di coscienza in questo posto“, si sfogò una volta, per giustificare la sua bellicosità contro gli “studios”. Alla fine della sua carriera, nel 2004, quando già da qualche anno aveva messo da parte la cinepresa (l’ultima sua regia è stata Il figlio della Pantera Rosa con il nostro Roberto Benigni), l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences gli consegna l’Oscar alla carriera. Un po’ pochino e un po’ tardi, possiamo dire, ma si sa non è, non fu e non sarà né il primo caso, né l’ultimo.

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Dopo sedici anni di assenza torna sul palcoscenico scaligero La Valchiria di Richard Wagner, tragico secondo episodio della tetralogia de L’anello dei Nibelunghi, oltre a L’oro del Reno, Sigfrido e Il crepuscolo degli dei. La scelta rientra nel progetto, coprodotto con la Staatsoper Unter Den Linden di Berlino, di mettere in scena una nuova edizione dell’intera tetralogia entro il 2013, bicentenario della nascita del compositore. Delle quattro opere che compongono “L’Anello del Nibelungo”, La Valchiria è quella più frequentemente rappresentata al di fuori dal resto del ciclo, sia per la preponderanza del tema dell’amore presente nell’opera (amore come passione, o come rapporto filiale, o paterno o ancora amore fraterno), sia per la struttura dell’opera, ancora abbastanza “romantica” nella scrittura sia orchestrale sia vocale.

La scenografia è firmata da Guy Cassiers, artista che ha rivoluzionato il linguaggio teatrale contaminandolo con la multimedialità, Daniel Barenboim dall’altra parte dirige un cast d’eccellenza, composto fra le migliori voci wagneriane: Nina Stemme (Brünnhilde), Waltraud Meier (Sieglinde), Vitalij Kowaljow (Wotan), Ekaterina Gubanova (Fricka). Poca la mondanità estemporanea nel foyer e in sala, forse poco attratta dal titolo in cartellone rivolto più a estimatori dellla musica che al jet set. Erano presenti il sindaco del capoluogo lombardo Letizia Moratti, il presidente del Consiglio Regionale Davide Boni, il ministro delle Telecomunicazioni Paolo Romani, l’oncologo Umberto Veronesi, il presidente del consiglio comunale Manfredi Palmeri, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera (che siede anche nel consiglio di amministrazione della Scala), la showgirl Elena Santarelli. La Moratti, insieme al sovrintendente Stephane Lissner, hanno accolto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il cui arrivo è stato celebrato dagli applausi della folla di curiosi.

Ma non c’erano solo i curiosi ad attendere Napolitano. Come ogni anno, al pubblico in ingresso per lo spettacolo, si aggiunge e si contrappone una protesta sempre diversa: quest’anno tocca a lavoratori dello spettacolo e del teatro, che manifestano contro i tagli della Finanziaria, e agli studenti, che si oppongono alla riforma Gelmini. Armati di fischietti e megafoni i manifestanti si sono radunati davanti al Teatro milanese, che però è transennato e controllato da forze dell’ordine in tenuta antisommossa.

Un gruppo di contestatori ha tentato di sfondare un cordone della polizia scandendo lo slogan “vergogna vergogna”, ma sono stati bloccati dagli agenti. Dopo qualche minuto un gruppo di forze dell’ordine ha chiuso completamente l’accesso alla Galleria Vittorio Emanuele dal lato di piazza della Scala. C’è stato anche un lancio di petardi e fumogeni da parte degli studenti contro le forze dell’ordine. Queste ultime infine hanno caricato la folla manifestante.

E’ di 15 contusi il bilancio definitivo degli scontri. Dieci carabinieri sono stati portati in ospedale con ferite lievi che guariranno in massimo tre giorni, altri tre carabinieri sono stati medicati sul posto. Colpiti nel tafferuglio anche un funzionario della Questura di Milano e un agente che era accanto a lui: medicati sul posto entrambi guariranno in pochi giorni.

La protesta intanto è continuata, e al momento di dare inizio all’opera e alla stagione lirica scaligera, il direttore Daniel Baremboim per la prima volta nella storia della Scala ha letto un comunicato, un appello rivolto al presidente della Repubblica, presente nel Palco Reale. Siamo preoccupati, ha detto prima di ricordare il nono articolo della Costituzione, “per il futuro della cultura nel nostro Paese e in Europa“.

Chiuso il discorso si è aperto il sipario sul viaggio straordinario nel mondo dei miti e delle leggende antiche. L’orchestra presentava un notevole organico con flauti, oboi e clarinetti a quattro, fagotti a tre, otto corni di cui quattro alternati con le tube, quattro tromboni, basso tuba, sei arpe, timpani, percussioni e ben 62 archi. Questa massa strumentale permette la più ampia delle prospettive sonore, ma anche la più intimista, quasi cameristica, secondo la lettura di Baremboim che riesce a trarre suoni delicatissimi dal corposo organico. Sotto il profilo vocale, il declamato si accompagna a clamorose ed emozionanti espressioni liriche (quali la scena di passione tra Siegmund e Sieglende al primo atto e lo struggente dialogo tra Brunnhilde e Wotan nel finale dell’opera).

L’allestimento, popolato di personaggi immaginari e di figure oniriche, ma mai portato ad eccessi, è parso eccessivamente buio in alcuni momenti (l’alba primaverile, il dialogo nella Reggia degli Dei, e soprattutto l’arrivo delle Valchirie nella loro montagna) dove ci si sarebbe aspettata una maggiore luminosità. Inoltre, alcune scelte relative ai costumi, come ad esempio le Valchirie in pesanti abiti fine Ottocento) non convincono pienamente.

Complessivamente un’inaugurazione all’altezza delle grandi serate della Scala, premiata con 14 minuti di applausi del pubblico presente. Rimane a noi ignoto invece il verdetto degli spettatori riuniti in 23 sale cinematografiche in tutta Italia per seguire la Valchiria grazie ad un’iniziativa del network digitale Microcinema in collaborazione Rai TradeLa Scala si apre al grande pubblico, timane però ancora chiusa ai piccoli e grandi manifestanti.

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Al cinema in questi giorni c’è Nowhere Boy, film d’esordio dell’artista Sam Taylor Wood che racconta l’adolescenza di John Lennon. Basato sul libro Imagine: Growing Up with My Brother John Lennon scritto da Julia Baird, sorellastra di Lennon, racconta gli approcci alla musica dell’artista e i rapporti con Paul MacCartney, la mamma Julia e la zia Mimi.

In tv intanto verrà trasmesso The Day John Lennon Died del filmaker Michael Waldman. La Emi Music e Yoko Ono lanciano l’iniziativa Gimme Some Truth, che comprende gli otto album della sua carriera solista del mitico Beatle e altre registrazioni di rilievo. Oltre all’intera raccolta Power To The People, l’iniziativa mette insieme tutti gli album rimasterizzati in digitale da Yoko Ono dai mix originali e due boxset: Gimme Some Truth e John Lennon Signature Box (in edizione limitata), oltre all’album vincitore del Grammy Double Fantasy in versione originale e rimasterizzata.

Non manca all’appello il mondo dell’editoria: dopo l’uscita, qualche settimana fa, di Beatles a fumetti (edito da Skira), la casa editrice Arcana pubblica un’antologia di scritti d’epoca sull’impatto, l’influenza e la modernità dei «Fab Four» intitolata Read the Beatles (420 pagine, 18,50 euro). Il libro raccoglie oltre 50 articoli, saggi, interviste, recensioni, poesie ed estratti di libri, dai tempi degli esordi alla maturità.

Ecco, in poche righe, i principali avvenimenti che commemorano l’8 dicembre la morte del poeta e cantautore John Lennon, di cui ricade il 30° anniversario dalla tragica e improvvisa morte per mano dello squilibrato Mark David Chapman all’uscita del Dakota Building dove l’ex Beatle abitava. L’appuntamento più importante però è come ogni anno allo Strawberry fields, sezione del Central Park nel quartiere dell’Upper West Side di Manhattan, dove ogni giorno arrivano fiori e donazioni da tutto il mondo (tra cui un mosaico di ispirazione pompeiana con la scritta “Imagine”, dono del comune di Napoli), gelosamente custoditi da Ayrton Ferreira dos Santos Jr, il barbone chitarrista ribattezzato «sindaco di Strawberry Fields».

I “festeggiamenti” più calorosi sono già passati, il 9 ottobre scorso, in occasione di quello che sarebbe stato il suo 70° compleanno, con l’inaugurazione per mano del figlio Julian e della ex moglie Cynthia di una scultura dedicata a Lennon davanti all’European Peace Monument di Liverpool. Come è giusto per un portatore di messaggi di vita e di pace, un combattente dei diritti umani, si è voluto festeggiare più la sua nascita (e la sua “permanenza” tra noi) che non la sua tragica scomparsa. Un uomo che non parlava mai di morte, e probabilmente a una fine definitiva non credeva: È solo uscire da un’auto per salire su un’altra“. Un uomo che si è definito “a dreamer“, e che oggi a distanza di trent’anni possiamo confermare non essere “the only one.

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Già vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance e di diversi riconoscimenti a Berlino, Winter’s Bone della statunitense Debra Granik ha fatto man bassa di premi anche al Festival di Torino meritandosi quello più prestigioso e in aggiunta l’ex aequo per la miglior attrice, la ventenne Jennifer Lawrence, che lo ha condiviso con Erica Rivas, protagonista dell’argentino Por tua culpa di Anahi Berneri. Al suo secondo lungometraggio, la Granik basa la sua storia su un romanzo di Daniel Woodrell, Un gelido inverno: storia molto faulkneriana, ambientata nell’America contadina dello sperduto altopiano d’Ozark nel Missouri dove la diciassettenne Ree Dolly si trova a curare e mantenere una famiglia nella quale la madre è depressa e assente e il padre in carcere per droga. Il film è un affresco dai toni glaciali di un’America marginale e abbandonata a se stessa. Attraverso una fotografia dai toni lividi e una location ostile di reminescenza quasi western, la pellicola indipendente della regista americana racconta una femminilità apparentemente succube e piegata alla legge maschile del più forte ma in realtà coraggiosamente capace di esserne l’unica alternativa concreta, attraverso la solidarietà e il coraggio.

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Rovistando nel calderone dei natalizi panettoni cinematografici, spunta talvolta qualcosa di interessante. E’ il caso del film Tornando a casa per Natale di Bent Hamer, regista norvegese apprezzato già per le sue pellicole Kitchen Stories, Factotum e Il mondo di Horten. La storia è tratta da una selezione di racconti brevi del norvegese Levi Henriksen, “Only Soft Presents Under the Tree” in cui sono narrate le vicende di più persone. Tra queste un padre che non riesce più a vedere i propri figli poiché cacciato fuori di casa dalla moglie, un ragazzino protestante in preda a una cotta per una sua coetanea mussulmana, un medico troppo dedito al proprio lavoro per dedicarsi come si deve a sua moglie, un ex-calciatore ridotto all’accattonaggio, un uomo anziano ed una donna che soffre per un amore non corrisposto. Intrecci di situazioni diverse tra loro, accomunate dall’ambientazione nella fittizia cittadina norvegese di Skogli il giorno della vigilia di Natale. Allo stesso tempo si possono considerare vicende che potrebbero esistere benissimo in qualsiasi altro contesto; quasi cartoline di variegate esistenze umane, tutte ugualmente afflitte dai propri drammi privati, per le quali il Natale rappresenta il ‘topos‘ del luogo familiare (come la casa) in cui (re)incontrare finalmente sé stessi e imparare ad amare nelle accezioni più disparate.

Lo sguardo del regista è prevalentemente fisso, e la narrazione in alcuni momenti lenta e sospesa, e questi elementi sembrano conferire alle singole storie un valore esistenziale più vasto: la privazione e lontananza straziante degli affetti o della propria terra, la perdita d’identità e/o di dignità, la ricerca dell’amore o di suoi surrogati.

Io non volevo fare un film sul Natale, ma mi serviva la giusta atmosfera per mostrare situazioni che fossero un po’ estreme“, racconta Bent Hamer, “Tutti i personaggi sono soli, hanno situazioni personali non proprio normali, e lo sfondo della festa fa risaltare queste situazioni. Comunque io trovo che mostrare la solitudine sia un modo per raccontare la realtà della gente, perché la gente sola è più fragile; più incline a mostrare i propri sentimenti“.

Se proprio vogliamo ricordare anche nelle sale cinematografiche che il Natale è alle porte, facciamolo così, con un viaggio nel Natale dell’anima, dove le storie più disparate portano qualche segno delle nostre stesse esperienze.

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….ti chiedo al ciel piangendo

con quale ardor t’attendo

e inganno il mio desir

Spiacente, non è la Giulietta di Bellini che invoca il suo Romeo, ma molto più prosaicamente i dipendenti del Teatro Lirico di Cagliari che fino a metà gennaio non vedranno un quattrino del loro stipendio. Non è la prima volta che accade di dover attendere il sempre meno fissato giorno di San Paganino, ma stavolta il segnale è ancora più preoccupante: pare che il consiglio di amministrazione del teatro abbia bussato alle porte di tre istituti di credito perché anticipassero almeno la somma indispensabile per pagare i dipendenti, ma le porte non si sarebbero aperte, in mancanza di un atto dell’amministrazione regionale che dia garanzie sulla copertura e sulla data in cui il debito verrebbe poi estinto. Mancanza totale di fiducia ormai e niente soldi in cassa per chissà quanto tempo, vista anche l’assenza di una politica chiara atta a tamponare la situazione, che presenta a oggi un debito patrimoniale pregresso di diciotto milioni e fortemente aggravata dal disimpegno del governo. Il presidente del consiglio di amministrazione e sindaco di Cagliari, Emilio Floris, prende tempo, un minimo di programmazione per l’anno alle porte diventa sempre più improbabile. I dipendenti del teatro però non ci stanno, vogliono risposte sul futuro della più grande fabbrica di cultura dell’isola: da ieri sera una cinquantina di loro hanno iniziato “un’Assemblea Permanente dei Lavoratori” accampandosi nella Sala Coro del quarto piano del Teatro di Via Sant’Alenixedda. Il proposito è di continuare la manifestazione “fino al raggiungimento di una garanzia sul futuro del nostro teatro, sul NOSTRO futuro“. Sembra evidente in questa nostra fase storica, che la loro lotta non sia solo e unicamente loro; e che il sostegno a queste iniziative non si possa restringere agli addetti ai lavori.

Per chi voglia essere aggiornato sull’Assemblea Permanente vi suggerisco il blog dei lavoratori del Teatro Lirico:

http://nonzittitelarte.blog.tiscali.it

in bocca al lupo (a tutti noi..)


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Come fare a uscire dal nido? Pierdavide Carone pare che ce la stia mettendo tutta. Per l’uscita del suo nuovo album da cantautore, Distrattamente, il giovane pugliese ha deciso di seguire diverse rotte per raggiungere i suoi fans e coloro i quali ancora non lo conoscono. Prima un coinvolgente showcase lo scorso venerdì 19 in streaming sul portale Tiscali.it, poi intervista e videochat su Mediaset.it martedì scorso, e per non perdere il contatto fisico col pubblico, un minitour di presentazione in alcuni media store dal Nord al Sud d’Italia.

Infine, Pierdavide sarà raggiungibile dai suoi fans sia online che fisicamente il prossimo lunedì 29: prima una videochat alle 15.30 su http://distrattamente.tiscali.it/videochat, poi di pomeriggio a Cagliari alle ore 17.00 in un luogo che rimarrà un mistero tranne che per i primi 150 fans che riusciranno a prenotarsi inviando un’email all’indirizzo spettacoli.eventi@tiscali.it.

Per quanto la promozione via internet pare sia assolutamente azzeccata per raggiungere un maggior numero possibile di persone e farle sentire vicine al proprio beneamino, ci si augura che il nuovo fenomeno uscito dalle scuderie di Maria De Filippi utilizzi i media come medium appunto, come dei mezzi che siano portatori di contenuti, e non come fini a se stessi. Ne abbiamo bisogno, e ne hanno bisogno ancor di più le nuove generazioni.

Intanto il giovane Pierdavide, pur avendo consapevolezza della sua insolita condizione di cantautore che ha sfondato grazie a un talent show, non teme eccessivamente la sua condizione di “amico di Maria”: “ Da una parte mi mette un po’ a disagio perché a ogni vostra domanda devo cercare di dire qualcosa di intelligente per non smentirmi. Però mi fa anche piacere. I cantautori di solito snobbano i talent che perciò sono frequentati solo da interpreti. Io spero di essere stato anche un po’ un esempio. I talent show o la televisione, non sono l’unico modo ma di sicuro il più forte, veloce e immediato per arrivare alla discografia, che ha bisogno dei cantautori tanto quanto questi hanno bisogno della discografia“. Il rischio però è che diventi un cane che si morde la coda, e che anche i giovani cantautori lascino la sana vecchia strada dell’invio del demo alle case discografiche perché ormai superata dalla partecipazione ai talent show mariadefilippiani… Eccessiva preoccupazione? Per ora diamoci appuntamento lunedì alle 15.30 sul sito http://distrattamente.tiscali.it/videochat, e chi può e vuole si prenoti per l’incontro dal vivo a Cagliari, la speranza di veder sbocciare un sano cantautore italiano è l’ultima a morire :)


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Reduci da due stagioni all’insegna del “tutto esaurito” nei maggiori teatri italiani, Cochi e Renato tornano a Milano finoa l 5 dicembre, e in seguito in tournée con lo lo spettacolo Finché c’è la salute. Accompagnati da una band di sei elementi (i Goodfellas), lo stralunato duo ci propone una carrellata di sketch e una quindicina di canzoni, tra cui le classiche come ‘E la vita la vita’ o ‘La gallina’: “un po’ una summa della nostra vita sul palcoscenico, con tanti pezzi di un’esperienza lunga quarant’anni ma anche cose nuove, come la canzone dedicata a un barbiere di corso Vercelli a Milano e della sua storia d’amore con una signora che però si chiama Leonardo, che rapisce il suo cuore e si porta via anche la sua Bmw. Oppure la canzone sull’aeroporto di Malpensa, dove c’è un nano che si innamora di un pilota e allora decide di fare la hostess…“.

Da oltre quarant’anni rinnovano per noi l’invenzione di una comicità surreale e sempre all’avanguardia, stavolta con uno spettacolo itinerante di cui Cochi e Renato curano sia i testi che la regia, e che trae il titolo da una loro canzone scartata dal Festival di Sanremo del 2007. Un titolo che è anche un auspicio: “Andiamo avanti per tutti, anche per i bambini e i giovani che ci seguono, che sono tanti e non ce l’aspettavamo. Noi  siamo anziani con lo scopo di divertire. Ovviamente finiamo con la tosse. Non escludiamo conati di vomito“.

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Il flamenco è diventato recentemente patrimonio immateriale dell’umanità secondo l’Unesco, e Paco De Lucia suo degno ambasciatore. Il sessantatrenne artista spagnolo torna in Italia per un minitour tra Catanzaro, Cagliari e Roma mettendo insieme il meglio della sua produzione con l’apporto di una band di giovani e talentuosi interpreti di quella che è considerata la musica gitana per eccellenza.

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Costantemente in tensione tra classicità e sperimentazione, De Lucia e il suo sestetto combinano il flamenco con influenze jazz e sonorità latine, realizzando così una forma espressiva assolutamente nuova. Considerato in Spagna una leggenda vivente, e unanimemente considerato dalla critica il più importante musicista legato al flamenco, egli è riuscito a portare il flamenco fuori dai confini del suo paese e a renderlo linguaggio universale.

Ho sempre amato il canto che ritengo la forma più diretta di comunicazione ed espressione dei sentimenti. Da ragazzino, comunque, ero troppo timido per cominciare a cantare. Così ho cominciato a suonare la chitarra come se stessi cantando e forse questa è la differenza che può esserci tra me e altri chitarristi. Non so leggere la musica e allora provo sempre a raggiungere il cuore del pubblico”.

Cappella Scrovegni1Immaginate un paradiso azzurro e oro, e un ciclo di 700 metri quadrati di pittura ad affresco da visitare comodamente da casa. Bene, grazie a una collaborazione fra il comune di Padova, i Musei Civici, Haltadefinizione, il Sole 24 Ore e 24 Ore Cultura la Cappella degli Scrovegni sarà fruibile in ogni minimo dettaglio con un semplice click. L’iniziativa è gratuita per sei mesi, e si pone a conclusione di un lungo e impegnativo restauro del capolavoro della pittura del Trecento italiano, che ha coinvolto un gruppo di ben 65 persone impegnate contemporaneamente tra il 2002 e il 2003. Durante questo lavoro la cappella è rimasta aperta al pubblico durante il fine settimana con possibilità di visite guidate agli affreschi e al restauro, e ora finalmente sarà possibile vedere per intero e senza ponteggi tutto l’intero ciclo ripulito dall’usura del tempo e dagli interventi spesso maldestri dei restauri precedenti. Per chi invece non ha la possibilità di recarsi direttamente a Padova, collegandosi alle pagine www.haltadefinizione.com

oppure www.ilsole24ore.com/scrovegni è possibile non solo visitare complessivamente il ciclo grazie a 14mila scatti fotografici in alta definizione, ma anche ingrandire le singole immagini e osservare qualsiasi porzione del dipinto, sino a cogliere nitidamente particolari di circa un millimetro quadrato di superficie.

Alla presentazione del progetto, avvenuta il 17 novembre scorso, l’assessore alla cultura del comune di Padova Andrea Colasio ha sottolineato le caratteristiche dell’iniziativa:Noi abbiamo un grande patrimonio culturale, ma se non siamo in grado di comunicarlo questo costituisce un deficit importante. Oggi con le nuove tecnologie siamo nelle condizioni di comunicare nella globalizzazione. L’alta definizione permette di comunicare a un pubblico più vasto”.


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Vinicio Capossela si concede una pausa dalla registrazione del suo ultimo e atteso lavoro. Lo abbiamo ammirato sabato scorso alla serata finale del Premio Tenco nelle sue ormai consuete visioni musicali e non solo, un vero e proprio re del palcoscenico. Ma la sua arte non si limita alla rappresentazione di un mondo multiforme, per un’immediata fruizione di un pubblico di appassionati: egli riesce a trasporre persino in assenza di un pubblico, nel momento teoricamente più asettico della registrazione in sala, tutta la sua ansia di sperimentazione e il suo bisogno di creare nuovi linguaggi.

E cosi per realizzare il suo nuovo album decide stavolta di creare la sua sala di registrazione nella sagrestia della Cattedrale dell’Assunta, presso il Castello Aragonese di Ischia. Una maestosa roccaforte a 80 metri sul mare dove ha fatto collocare un pianoforte Seiler a coda lunga degli anni Trenta: “Abbiamo voluto registrare il pianoforte e la voce nel Castello Aragonese perché è un luogo di ascesi, in cui sperimentare l’isolamento da altezza. Stare tra lo stridio dei gabbiani e gli spettri del mare. Una volta chiuso il ponte levatoio alle spalle, la volta celeste ci ruota addosso attraverso le occhiate delle rovine della cattedrale aperte in alto. Ci si muove nel cielo rimanendo fermi, come in un planetario. In sottofondo il rumore del mare, come un basso continuo“.

Il mago di Hannover non è nuovo a locations inusuali. Si ricordi la scelta delle grotte di Ispinigoli in Sardegna per registrare “Brucia Troia” dell’album Ovunque proteggi quattro anni fa; un album intriso di mitologia, citazioni bibliche e derive dell’anima. Stavolta, dopo la parentesi “circense” di Da solo, le citazioni letterarie e poetiche si arricchiscono ulteriormente, facendo da guida principale alle sperimentazioni musicali.

Il suo lavoro si concluderà a breve nell’isola di Creta, sotto il monte Ida:

La letteratura di mare è quella che espone di più l’uomo al contatto col suo destino, un mare di carta in cui ritrovare indicazioni utili alla rotta della nostra vita. Così è iniziato anche il nostro viaggio. Come in un romanzo a tre gambe: un vecchio pianoforte proveniente dalla mitteleuropa e il suo accordatore, Egidio Galvan, un ingegnere del suono e produttore, Taketo Gohara, e un maestro orchestratore, Stefano Nanni. Con questa piccola barchetta e questa compagnia ‘picciòla’, ha avuto inizio la nostra navigazione che ci condurrà fino a Creta sotto il monte Ida, fino all’ecotrofio dei lamenti di Psarantonis, lo Zeus con la lira

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Questa sera puntata finale del Premio Tenco 2010 con l’esibizione di Piero Sidoti, vincitore della Targa Tenco per la migliore Opera Prima dell’anno con il suo album d’esordio Genteinattesa. Il cantautore friulano ritirerà il prestigioso premio e presenterà alcuni brani del suo primo album, accompagnato da Piero Ponzo (clarinetto, sax ), Nicola Negrini (contrabbasso), Claudio Giusto (batteria). Insieme a Sidoti, in un’insolita veste di cantante, ci sarà anche il noto attore Giuseppe Battiston con il quale ha realizzato alcuni brani dell’album.

Si esibiranno sul palcoscenico dell’Ariston anche il vincitore del Premio, il nordirlandese Paul Bredy, già voce dei celebri Planxty e con all’attivo pregevoli album solistici, l’ultimo dei quali è Hooba Dooba; i vincitori del Premio Tenco come operatore culturale (Amancio Prada, cantante e chitarrista che ha avuto il pregio di musicare tutti i più grandi poeti spagnoli, e Roberto Freak Antoni leader e compositore degli Skiantos).

Ospiti d’eccezione Vinicio Capossela, ormai di casa al Club Tenco, e il pugliese Enzo Del Re. Infine, per non perdere di vista il tratto distintivo della manifestazione, e cioè la valorizzazione dei giovani cantautori, avremo il piacere di ascoltare Marco Fabi che ci presenterà il suo nuovo album Rumore Amore.

L’edizione di quest’anno ha premiato inoltre Elettra, il nuovo disco di Carmen Consoli, prima donna ad avere un riconoscimento al Permio Tenco. La cantante catanese per l’occasione non ha risparmiato, oltre alle parole di soddisfazione, le critiche verso al situazione culturale italiana: “Peppino Impastato diceva che la cultura avrebbe salvato il nostro paese dalla mafia: se non crei cultura, sovvenzioni le mafie“.  Il Premio Tenco stesso, considerato il più prestigioso riconoscimento europeo per i cantautori, è una manifestazione sempre più difficile da sostenere per i suoi organizzatori e mai come quest’anno ha rischiato di saltare. Solo grazie a un contributo della Regione Liguria è stato possibile anche quest’anno celebrare la canzone d’autore sullo stesso palcoscenico che vede ogni anno immancabilmente onorare la musica certo più commerciale.



Harry Potter and the Deathly Hallows: Pa

Prima mondiale stasera a Londra per il primo capitolo di Harry Potter e i doni della morte, diretto da David Yates, lo stesso regista di “Harry Potter e l’Ordine della Fenice” e “Harry Potter e il principe mezzosangue”. In questo gran finale delle avventure dei “magici tre”, i toni e i colori, già più maturi negli ultimi episodi usciti, si fanno ora cupi, intimisti, in certi frammenti drammatici.

Siamo, forse, alle ultime battute della saga più seguita negli ultimi dieci anni e per l’occasione è stato organizzato un vero e proprio evento. La prima parte dell’episodio finale della saga sarà proiettato contemporaneamente nei cinema Odeon ed Empire a Leicester Square, e sarà in quest’ultimo scenario che Daniel Radcliffe (Harry), Emma Watson (Hermione), Rupert Grint (Ron) incontreranno i loro numerosissimi e devoti fan in una magnifica scenografia del Regno di Lord Voldemort (Ralph Fiennes). Quasi una cerimonia di addio per i tre giovani che hanno passato metà della loro vita a Hogwarts; un distacco (sembrerebbe definitivo) che per tutti è stato traumatico. “Abbiamo pianto tutti come fontane” raccontano, ma contemporaneamente c’è tanto desiderio di sperimentare novità dietro al paura del vuoto al termine dell’avventura. “Voglio godermi questa fase di transizione, cercare il mio spazio, smetterla di fare tutto per far piacere ai miei genitori o a un regista o agli amici” racconta Emma Watson. Radcliffe invece sembra più deciso sulla sua strada di attore. Il marzo prossimo sarà a Broadway per recitare nel musical di Frank Loesser ‘How to Succeed in Business without Really Trying’. Dopo tornerà sul set per recitare in ‘The Woman in Black’, storia di fantasmi con Ciaran Hinds e Janet McTeer, e – si dice – una parte in ‘The Journey Is the Destination’ e ‘All Quiet on the Western Front’.

All’inizio ero un bambino, non recitavo, ero me stesso quasi in un gioco, sono nel tempo ho cominciato a pensare come un attore e a lavorare con la testa. Non so se un giorno riuscirò a non essere più identificato con Harry Potter, so che ci proverò. Ho la fortuna di un conto in banca, posso permettermi di scegliere il lavoro. In ogni caso il legame con Harry e con tutti quelli che lo hanno fatto non morirà mai. Siamo come una famiglia mafiosa, non puoi uscirne davvero“.

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La kermesse romana è giunta infine al termine, con le premiazioni di rito e poche sorprese.

Il Marc’Aurelio della Giuria al miglior film è andato a Kill me please del regista belga Olias Barco, innovativo noir interamente in bianco e nero che affronta in modo coraggioso il tema dell’eutanasia. Una scelta coraggiosa, sottolineata durante la premiazione dal regista stesso “un film punk premiato da una giuria punk. Ringrazio la signora Detassis, direttore artistico del Festival, per aver raccolto la sfida di mettere il mio film in concorso”. Il Gran premio della Giuria viene assegnato al film danese Hævnen-In a better world diretto da Susanne Bier; il Premio Speciale della Giuria Marc’Aurelio a The Poll Diaries del tedesco Chris Kraus, ambientato alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Il Marc’Aurelio “Alice nella città” ( dedicato ai film per ragazzi sotto i 12 anni) è stato assegnato a I Want To Be a Soldier di Christian Molina, prodotto da Valeria Marini.

Grande soddisfazione per Tony Servillo a cui va il Marc’Aurelio per la miglior interpretazione nel film Una vita tranquilla di Claudio Cupellini, in cui interpreta la parte di Rosario, di mestiere cuoco, che si trasferisce in Germania per sfuggire al suo passato da malavitoso. Durante la premiazione, l’attore si rivolge alla giuria che lo ha premiato e non dimentica le proteste degli addetti ai alvori dei giorni scorsi: ‘Non avrei mai immaginato di essere premiato da artisti a cui devo parte della mia formazione e talento. Questo premio lo dedico al cinema e al teatro italiani che si sono ribellati ai tagli. Cinema e teatro nel valore piu’ profondo di impresa ovvero di lavoro, lavoro e avventura

Infine riconoscimento corale con il Marc’Aurelio per la miglior attrice alle interpreti femminili di Las buenas hierbas di María Novaro.

Nessuna particolare sorpresa. aggiunta a una qualità non eccelsa dei film in concorso; quest’edizione del Festival ha però confermato sempre di più le sue caratteristiche peculiari. Nato come Festa per il pubblico, negli anni non ha perso questa sua connotazione “popolare” rispetto alle manifestazioni certo più esclusive come Venezia e Cannes, spalancando di fatto le porte alla gente comune che ha potuto, oltre a vedere i film in concorso e non, partecipare agli incontri con star e addetti ai lavori. Questa formula ha funzionato, a detta delle cifre delle presenze in sala, e intende proseguire in questo cocktail di cinema, glamour e pubblico.

L’unico augurio è che l’anno prossimo i pacifici ma risoluti addetti ai lavori del movimento CentoAutori non siano ancora costretti a contendere il red carpet alle star ospiti del Festival…

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La dolce vita di Federico Fellini si rifà il trucco e torna alla luce più bella che mai. Grazie alla collaborazione tra la Cineteca di Bologna e il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale il film è stato restaurato utilizzando la tecnologia digitale che ha permesso di evidenziare fotogrammi altrimenti invisibili nel negativo originale.

La presentazione al Festival del Cinema di Roma del capolavoro felliniano restaurato coincide con i suoi primi 50 anni di vita, e per l’occasione sono stati proposti alcuni tagli effettuati dal regista per la redazione finale, trovati in una versione più lunga di dieci conservata nella Cineteca Nazionale.

Padrino d’eccezione dell’iniziativa, Martin Scorsese e la sua Film Foundation (associazione no profit a sostegno della conservazione e del restauro dei film), che oltre a La dolce vita ha gia’ salvato 550 classici del cinema dall’oblio.

Il grande regista di origini italoamericane considera La dolce vita una pietra miliare del cinema mondiale: “Esiste un ‘prima de La dolce vita’ e un ‘dopo La dolce vita’, è un film che ha cambiato per sempre le regole della narrazione cinematografica, in Europa, in America e in tutto l’Occidente. Dura quanto un film epico e commerciale ma non lo è; non ha una trama precisa né una storia, ma racchiude in sé una tale intensità morale, una tale intelligenza e maturità mai viste prima“.

Secondo Scorsese è proprio da quest’opera che nasce il fellinesque: “non più trame ma affreschi, murales fatti di sguardi, colori, ombre, occhi, pettinature che vengono spinte dal punto di vista espressivo sempre di più fino ad arrivare al grottesco“.

Contemporaneamente allo svolgersi del Festival romano, la rinata pellicola felliniana è stata distribuita in dodici città italiane per essere proiettata gratuitamente, secondo un’iniziativa della Medusa Film, sponsor del progetto di restauro.

Non sono un fissato per la storia“, conclude Scorsese, “ma senza passato non c’è futuro. Per quanto riguarda il cinema, l’unica cosa che possiamo fare è recuperare quei cineasti e quegli stili cinematografici che ci hanno formato e farli conoscere ai giovani.


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Ispirato a una vicenda biografica di Giancarlo De Cataldo, autore del romanzo omonimo, Il padre e lo straniero è innanzitutto il confronto tra due culture sul tema della paternità. Diego (Alessandro Gassman) è un uomo dalla vita apparentemente normale che però nasconde il dramma familiare di un figlio, Giacomino, nato con gravi lesioni da parto. Un padre che non riesce ad accettare l’esistenza e la condizione del suo bambino e che inizierà un percorso di scoperta del suo ruolo attraverso l’incontro con Walid (Amr Waked), un siriano che vive in Italia, anch’egli genitore di un bimbo disabile.

Spesso ho raccontato di ragazzi che diventano uomini incontrando una figura paterna, questa volta racconto un uomo che impara a essere padre attraverso l’amicizia con un altro uomo” afferma Ricky Tognazzi, regista e co-sceneggiatore del film. Un uomo, il personaggio di Walid, che con la sua capacità di amare senza restrizioni, aiuta il protagonista ad avvicinarsi al figlio e ad abbandonarsi all’amore per lui. Simona Izzo, anche lei sceneggiatrice del film insieme al marito Ricky Tognazzi, Graziano Diana e Dino Giarusso, ci sottolinea questo percorso attraverso l’incontro tra due culture diverse: “C’ è un detto siciliano che dice ‘ i figli maschi si baciano solo quando dormono, a dimostrare come soprattutto la cultura del sud Italia ci tramanda un padre freddo e distaccato che tale rimane per tutta la vita. Certo, l’amore di un padre dovrebbe essere oblativo e spesso lo è, soprattutto in età avanzata“, ma il personaggio di Diego parte invece da un rifiuto totale della sua paternità e arriva, attraverso l’esempio di Walid, non solo ad accettare e amare il piccolo Giacomo, ma a scoprire una fisicità nel rapporto con il suo bambino assolutamente insolita nella nostra cultura. “La scena in cui padre e figlio sono nella doccia insieme, nudi, diventa emblema e rito di questo nuovo rapporto, in cui non solo i sentimenti ma anche i corpi si conoscono e attraverso il contatto fisico e si aprono a un amore incondizionato“.

Un film sulla diversità quindi, sulla nostra incapacità di aprirci alla scoperta dell’altro, del diverso, che sia esso uno straniero o un bambino disabile. Un viaggio di scoperta delle infinite possibilità della comunicazione non verbale esemplificato nel gesto, che Diego impara da Walid, del soffio sul viso del figlio. “Il ‘soffio”” ci spiega l’autore De Cataldo “parte dal grande buco nero che avvolge le creature che nascono con una disabilità. Al contrario degli altri bambini, che normalmente come nascono si affacciano progressivamente con sempre maggiore curiosità al mondo, queste creature sono ferme. Chi nasce in queste condizioni è fermo in un presente che non conosce futuro. E questa impossibilità del futuro si traduce immediatamente nell’incapacità di prendere contatto col mondo. Chi si occupa di loro ha il dovere e la responsabilità immane di portare il mondo verso questi bambini. Il ‘soffio’ è il mondo che tu stai portando verso di loro. Se viene accolto, provoca un sorriso, se viene respinto è perché nel profondo la sensibilità di questi bambini dice loro che il mondo non glie lo stai portando veramente, ma che stai semplicemente cercando di fare il tuo dovere, forse per farlo vedere agli altri, ma in realtà non vedi l’ora che questa storia finisca. Diego è un uomo che non ha un mondo da portare finché non lo scopre attraverso l’amicizia con Walid. Il personaggio dell’uomo arabo credo si possa considerare un emblema di come dovremmo accostarci a chi è diverso da noi, con molto rispetto e non con un’ostilità pregiudiziale

La trasposizione cinematografica (nelle sale dal 18 febbraio prossimo) non si discosta, a detta degli sceneggiatori, dal romanzo dai risvolti thriller da cui è tratto, uscito nel 1997 in epoca quindi antecedente l’attacco alle Torri Gemelle. “Prima dell’ 11 settembre quello di De Cataldo era un libro molto bello“, conclude Graziano Diana, “dopo l’11 settembre mi sembra che sia diventato anche un libro necessario, che ha trovato una sua attualità ancora più stringente“.

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Movimentato l’incontro di oggi con l’attirce Fanny Ardant, ospite del Festival Del Cinema di Roma per presentare il suo primo lavoro dietro la macchina da presa. Si tratta di un cortometraggio sul tema dell’integrazione dei Rom di circa 12 minuti, realizzato su invito della Ong Then and Now: Beyond borders and differences, e ispirato all’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani: “ognuno ha diritto alla libertà di espressione, di pensiero e di religione”. Il titolo, Chimères absentes, fa riferimento alle motivazioni più profonde che ispirano l’attrice e neo regista: “Questo film non è un documentario. L’ho voluto come atto d’amore verso un mondo. Potevo entrare nella loro vita con una macchina da presa e filmare la realtà. Ho preferito invece rappresentare l’utopia, il sogno: Chimères appunto sono i sogni, absentes significa che non esistono, che non sono reali. Penso che oggi il mondo possa andare avanti solo con un grande sogno, un’utopia“. E nei confronti degli zingari l’utopia consiste nel desiderio che ci sia da parte nostra un passo “verso” di loro; un invito, attraverso immagini danzanti e sognatrici, a considerare la popolazione Rom alla stregua di altre, con pregi e difetti, ma con una difficoltà maggiore rispetto ad altre etnie a suscitare interesse e curiosità.

Quello che a una prima visione può sembrare un video tenero e ingenuo di tzigani che suonano e inneggiano alla libertà diventa, attraverso le parole dell’Ardant in risposta alle più o meno taglienti provocazioni della stampa, un preciso invito alla riflessione.

A chi le chiede se abbia un’alternativa alla soluzione del governo francese alla questione Rom, Fanny Ardant risponde: “Innanzitutto io sono un’attrice. Non sono uan donna che si occupa di politica. Preferisco quindi parlare a nome dell’amore per l’essere umano. Trovo restrittivo e umiliante per gli zingari ridurli e strumentalizzarli a favore dell’una o dell’altra fazione politica. Tutto questo può dispiacere, e lo accetto, e sono pronta a difendere le mie idee e dire ‘Non ho una soluzione alternativa’”.

Calorosa e decisa la solidarietà dell’attrice alla manifestazione del movimento CentoAutori in difesa del cinema che “è parte della cultura; e la cultura è quel qualcosa di inafferrabile che entra nel cuore della gente e ci fa pensare. Senza cultura siamo un paese di pecore, un paese morto. Dunque, è giusto poter affermare ‘Non sono d’accordo’, siamo in democrazia e in democrazia c’è la dialettica, si discute. C’è posto per tutti; è così che si va avanti. Ripeto, non ho soluzioni, ma credo nel cinema, credo nei romanzi, nell’arte per cambiare il volto del mondo”.

100_2198Diretto da Hossein Keshavarz in totale clandestinità e con un budget minimo, Dog sweat intende mostrare il volto dei giovani iraniani che vivono nelle città. Una prospettiva diversa da quella tradizionalmente proposta dove lo scenario è quello dei villaggi e protagonista è la classe più povera. “In questo momento il dialogo è molto intenso in Iran. Ci sono, è vero, tante restrizioni, ma il mio obiettivo è di mostrare che i giovani non per forza si lamentano della loro condizione, bensì che vogliono vivere, lottare e cercare di costruirsi il futuro secondo i loro desideri“. Nella rappresentazione di Keshavarz, i giovani della classe media urbana  non si sentono più isolati dal mondo come un tempo; si informano e comunicano soprattutto grazie a internet e si sforzano di perseguire i loro obiettivii con positività e cercando di non perdere il sorriso. 

Un lavoro che ha potuto superare le frontiere iraniane nascosto all’interno dell’hard disk del regista e che ha dovuto affrontare durante la sua realizzazione numerose difficoltà e imprevisti dovuti principalmente alla mancanza di permessi e all’opposizione delle famiglie degli attori.

Il finale del film; ad esempio“, spiega Keshravaz, “doveva essere diverso. La protagonista sarebbe dovuta arrivare sino al Mar Caspio e respirare la libertà. Ma un giorno arrivò l’attrice che stava sostenendo la parte e mi disse che il padre aveva scoperto quello che stavamo  facendo e le aveva impedito di continuare a recitare. Avevamo giusto tre ore di tempo prima che ci lasciasse, per cui abbiamo dovuto improvvisare il finale e girarlo lì su due piedi. Non potevamo sempre controllare la situazione e spesso dovevamo adeguarci. Credo che questo continuo senso di urgenza abbia reso il film più reale e immediato”.

Molte le scene escluse nella versione finale, a causa proprio dell’impossibilità di girare alcune parti che le avrebbero poi collegate e unite al resto della storia. Queste scene saranno incluse come extra nella versione del film in dvd.

 

 


Il declino delle bande criminali e delle loro famiglie nella Melbourne degli anni ’80: un tema, questo, che ha sempre affascinato il regista David Michôd e che dopo nove anni di labor limae ha portato sul grande schermo come suo primo lungometraggio, aggiudicandosi il primo premio della giuria al Sundance Film Festival.

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Un lavoro lungo ed accurato che ha visto nascere un affresco insolito nel suo genere, mai retorico o melodrammatico, come invece ci si potrebbe aspettare in una gangster story, e intessuto di colori cupi e scelte musicali coraggiose. “La colonna sonora doveva essere ricca, lussureggiante, grandiosa. Forse ho spinto troppo sulla musica? Ogni volta che mi faccio questa domanda capisco che è preferibile sbagliare osando che non osare per paura di sbagliare”, racconta Michôd nella conferenza stampa di oggi nell’ambito del Festival Internazionale del Cinema di Roma.

Coraggiosa e delicata la scelta del protagonista, un giovanissimo introverso e al limite dell’autismo: “Ciò che rende difficile la scelta di un attore molto giovane non è la sua mancanza di esperienza, ma il fatto di trovare il ragazzo giusto al momento giusto. James Frecheville mi ha colpito subito per le sue capacità intuitive e l’attenzione ai particolari nella recitazione“.

La famiglia criminale in cui il giovane protagonista si trova a vivere, prevalentemente composta dagli zii più o meno senza scrupoli, trova il suo fulcro naturale nella figura di Janine ‘Smurf’ Cody (l’attrice Jacki Weaver), matriarca e capobanda morale della gang familiare, nonna del protagonista Joshua ‘J’ Cody, “una donna pericolosa ma gradevolissima, piccola e tenera“. Un’immagine femminile e rassicurante serena e sorridente, che nasconde una perfidia e una capacità di controllo ancora più terrorizzante in una superficie materna e accogliente.

Grande successo di critica al Festival Sundance lo scorso gennaio, e forte riconferma al Festival di Roma nella proiezione per la stampa. Tutto questo successo dopo nove anni di fatica lusinga ma anche spaventa il giovane regista: “mi terrorizza e mi confonde sentir parlare in termini così positivi del mio film. Quando lo riguardo insieme a un pubblico mi sembra strano. Non riesco a vedervi le scene, mi ricordo invece tutto il percorso che c’è dietro, tutte le scelte che ho fatto in questi anni. Forse non lo guarderò mai più“.

Doveva essere la vera e classica inaugurazione del red carpet al Festival del Cinema di Roma, con la sfilata della giuria internazionale e del cast del film Last Night, e invece a sfilare sono stati gli addetti ai lavori riuniti dall’associazione CentoAutori, i quali hanno occupato la scena con una protesta pacifica, civikle e anche festosa con maschere e striscioni, ma decisa.

Riflettori puntati quindi su attori, scenografi, tecnici e tutte le figure professionali che ruotano intorno all’industria cinematografica, i quali ancora una volta e sempre con più forza si oppongono ai tagli che il presente governo intende effettuare nell’arte e nello spettacolo.  Numerosi i volti noti a sostegno della loro causa: Paolo Virzì, Beppe Fiorello, Neri Marcoré tra gli altri. In aggiunta è intervenuto il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, mettendo in evidenza come la manifestazione fosse di “giovani che lottano per il loro e il futuro del Paese affossato dalla politica economica del centro destra che ha devastato il ceto medio e che si appresta a distruggere il cinema italiano”.

Infine, il cast della prima proiezione ufficiale del Festival ha voluto manifestare la sua solidarietà con un intervento rivolto alla folla della regista Massy Tadjedin insieme a Guillaume Canet, uno dei protagonisti della pellicola in concorso. 

Abbiamo assistito ieri alla presentazione del documentario Ritratto di mio padre dalla regista Maria Sole Tognazzi che cerca di ricostruire la figura del padre Ugo, uno dei più grandi attori del periodo d’oro delk cinema italiano. L’intento della regista è di scoprire e ri-scoprire “un uomo che ho imparato a conoscere nel tempo, che continuo a conoscere tuttora”,  attraverso interviste ufficiali e riprese private in Super8, spesso girate dall’attore stesso.

La conferenza stampa è stata un’occasione ulteriore per mettere a fuoco a venti anni dalla scomparsa la grande figura di Ugo Tognazzi, ma soprattutto per rievocare con non poche note di rammarico un’epoca del cinema in tra attori, registi, autori, produttori regnava un clima di sana collaborazione e stima, dove tra partite di tennis e cene conviviali nascevano progetti e si confrontavano esperienze artistiche. Un’epoca che ha visto nascere autentici capolavori del cinema e che appare ormai scomparsa.

Tra sveglia alle quattro del mattino, panico da perdita documento d’identità e sonno quanto basta, riesco ad arrivare al Parco della Musica di Roma per assistere alle prime battute del Festival Internazionale del Film di Roma. Mi sono divertita ad assistere agli ultimi preparativi del red carpet, ascoltando irresistibili e coloriti botta e risposta in vari dialetti tra i tecnici che completavano l’allestimento (particolare che ha reso il festival ancora più internazionale ai miei occhi); e mi sono destreggiata in una a  ressa di fotografi pronti a tutto pur di centrare l’obiettivo. Eccovi alcune tra le tante foto che sono riuscita a scattare in mezzo a tanti omoni agguerriti.


Tutto questo in una mattinata oggi all’inaugurazione del red carpet ispirato all’ikebana allestito dall’artista giapponese Shogo Kariyazaki utilizzando una tessitura di bambù e delicati fiori di orchidee bianche, rosa e gialle.

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È stata inaugurata ieri mattina presso il Museo d’arte Contemporanea MACRO una nuova serie di mostre che vedrà impegnati i locali di via Reggio Emilia a Roma. Il comune denominatore delle dieci esposizioni è la contaminazione di linguaggi, in ideale collegamento con il concomitante Festival del Cinema, anch’esso caratterizzato dalla pluralità delle espressioni artistiche.

Le proposte espositive partono già dalla hall dove lo scultore Nicola Carrino in Ricostruttivo scandisce lo spazio che accoglie i visitatori con una serie di grandi parallelepipedi che propongono possibili percorsi alternativi.

Di notevole interesse è Drawing space curata da Luca Massimo Barbero e Anna Moszynska, che propone per la prima volta in Italia i disegni dell’artista inglese Antony Gormley, tra i piu’ stimati scultori del panorama artistico internazionale. Una carrellata di immagini che documenta le fasi cruciali della sua ricerca dal 1981 ad oggi; un’ottantina di lavori tra inediti e prestiti ricevuti da importanti istituzioni come il British Museum di Londra coronati da quattro sculture che ne completano il coerente e intenso disegno complessivo.

Da visitare anche il progetto Hiker Meat di Jamie Shovlin dove l’autore inglese ricostruisce in tutte le sue parti un film mai realizzato, ispirandosi al cinema d’exploitation degli anni ’70. Grazie a un’analisi accurata del periodo di maggior successo di questo genere cinematografico, Shovlin crea in ogni minimo dettaglio i bozzetti, i dialoghi, la cartellonistica e l’impostazione grafica del film (intitolato Hiker Meat appunto).

Last not least, L’Attico di Fabio Sargentini 1966 –1978, percorso visivo attraverso immagini, linguaggi e protagonisti del fervore culturale e sperimentale della Roma degli anni ’60 e ’70.

Per chi fosse interessato, troverà informazioni interiori sul sito del MACRO:

http://www.macro.roma.museum/


Mentre la città di Roma si appresta ad accogliere il Festival Internazionale del Film, presso Villa Borghese 13 associazioni dei lavoratori dello spettacolo decidono di lanciare un segnale di protesta e occupano per 24 ore circa la sede della Casa del Cinema.
È un’occasione per riunire attori, registi, autori, produttori, tecnici e fare il punto di due anni di tira e molla tra associazioni di categoria e ministero della Cultura sul tema dei tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo e sulle scelte fatte in tema di tax credit e tax shelter. Chiari sono i punti contestati al Governo e comunicati alla stampa ieri dal Movimento CentoAutori, promotore dell’iniziativa: “1) Il taglio radicale del Fondo Unico per lo Spettacolo, che ha raggiunto il minimo storico; 2) il rinvio sine die di una nuova legge cinema, superata da un non meglio precisato decreto Bondi; 3) il decreto Romani che ha fortemente ridotto gli investimenti nella produzione cinemtaografica italiana; 4) la riduzione del 30% degli investimenti nella fiction italiana, mentre il mercato pubblicitario è in ripresa; 5) la delocalizzazione sistematica e crescente delle nostre produzioni televisive; 6) il mancato rinnovo del tax credit e tax shelter”.  Ai sei punti citati va aggiunta la protesta per la recente memoria di giunta che intende rivedere radicalmente il modello gestionale della Casa del Cinema in Villa Borghese: “in particolare, la figura del Direttore Artistico verrebbe sostituita da un comitato di 7 membri, di cui 5 ‘che apportino un contributo di almeno 50.000 euro annui’”. Non più rappresentazioni gratuite per il pubblico romano, ma una gestione più vicina a un modello aziendale. 

Non solo denunce nel Comunicato dell’Associazione, bensì precise proposte di alternative all’orientamento attuale del Governo in materia di finanziamenti al settore cinematografico. Queste proposte abbracciano sia il settore cinematografico (immediato e certo ripristino della tax credit e della tax shelter; reintegro del Fus senza oneri per lo Stato attraverso un’ asta che assegni le frequenze del digitale terrestre che oggi vengono regalate a Mediaset; attuazione di un prelievo di scopo con il quale chi utilizza il cinema e l’audiovisivo italiani reinvesta una parte dei profitti nella produzione nazionale); sia quello televisivo: affrancamento dal monopolio Rai e Mediaset, riappropriazione dei diritti sulla fiction da parte di autori e produttori, utilizzazione dei canali del digitale terrestre e dei canali satellitari – molti dei quali sfruttano gratuitamente e illegalmente le produzioni italiane -, obbligo di realizzare sul territorio nazionale la fiction finanziata con il soldi del servizio pubblico, incentivazione alla produzione e diffusione del documentario in tutte le sue forme.

Gli addetti ai lavori si interrogano quindi sul futuro della creazione cinematografica in Italia e si rivolgono provocatoriamente al ministro delle Finanze: “-La cultura non si mangia-, sostiene Tremonti. Ma, forse lui non lo sa, nutre lo stesso e fornisce a quei cittadini che si fanno pubblico un alimento immateriale eppure decisivo, fatto di emozioni e sogni, consapevolezza e senso dell’identità nazionale, per guardare la realtà con occhi nuovi e immaginare un paese migliore”.

Le proposte e le alternative ci sono, la lotta continua. Auspico solo che gli addetti ai lavori continuino il dialogo e il confronto tra loro, magari coinvolgendo maggiormente chi più di tutti determina il futuro e la sopravvivenza della settima arte, vale a dire l’opinione pubblica. Una maggiore partecipazione degli spettatori colmerebbe quel divario che si avverte tra chi di cultura e arte ci vive materialmente (e in questo periodo in particolare rischia di non viverci più), e chi di quella stessa cultura e arte ci vive spiritualmente ignorando però l’esistenza delle esigenze e difficoltà degli addetti ai lavori.

Iniziano oggi i festeggiamenti per i 20 anni di concerti dei Pearl Jam, l’ormai mitica band di Seattle che ancora oggi influenza numerose rock band moderne.

Il primo appuntamento è con la neonata Pearl Jam Radio, in onda sulle frequenze americane 17 della Sirius channel, 39 della XM Channel e nelle rispettive emittenti online (Sirius Internet Radio e XM Online) dalle ore 18 locali (le 3 del mattino in Italia). La nuova emittente proporrà ai fans della band l’immenso archivio di concerti, rarità, inediti compreso esperienze da solisti dei componenti ed esibizioni precedenti alla nascita del gruppo.

Da non perdere la trasmissione di alcuni spezzoni del primo concerto che i Pearl Jam tennero proprio il 22 ottobre di 20 anni fa all’ Off Ramp Cafe di Seattle dando inizio alla loro leggenda.

 

Nel frattempo, il 23 e il 24 ottobre Eddie Vedder & co. saranno impegnati in quello che Stone Gossard ha definito “il nostro 20° anniversario [...] perfetto“, dirigendosi a Mountain View, in California per presenziare all’evento di beneficenza in favore della Bridge School Benefit di Neal Young, destinata ai ragazzi diversamente abili. Alla manifestazione parteciperanno tra gli altri Elton John, Leon Russell ed Elvis Costello.

Se è vero che in principio era la parola, darsi come principio un giocoso e inventato endecasillabo necessita forse di qualche spiegazione.

Intanto inventato da chi?

La frase Incanticando sbèrboli giocaci è estrapolata da una delle sedici poesie raccolte in Gnosi delle fanfole di Fosco Maraini (1912-2004), personaggio dalla vita e dalla produzione davvero originale: etnologo, antropologo, orientalista, scrittore, alpinista e fotografo, nonché padre della più conosciuta Dacia. Egli crea con questa raccolta la tecnica metasemantica dove le parole sono inventate di sana pianta, perdono da un lato qualsiasi riferimento al reale per acquistare però maggiore forza evocativa attraverso il loro particolare suono, colore e capacità di entrare in contatto col patrimonio di esperienze interiori del lettore di turno.

Pubblicata nel 1994 dalla Baldini & Castoldi Dalai Editore, la raccolta è rimasta per qualche anno un’efficace fucina di evocazioni per alcuni e un esperimento poco interessante per altri. Tra i primi, due artisti anche essi fuori dall’ordinario come Massimo Altomare e Stefano Bollani ci regalano, a pochi anni dalla stampa delle Gnosi, un miracolo creativo che fonde  l’estro e la cura certosina dello scrittore alla sete demiurgica dei due musicisti.

I due artisti condividono la stessa ricerca all’interno delle sonorità della musica italiana dagli anni ’30 al periodo beat, e da questo comune denominatore nasce un mondo musicale intriso di evocazioni:

Cercammo dunque dichiaratamente – e non lo diciamo ora per scusarci – di comporre canzoni che ricordassero qualcosa di già esistente senza sconfinare nel plagio. ‘Sporcammo’ poi il tutto con piccoli dettagli, una chitarra elettrica distorta piuttosto che una armonizzazione improbabile e dissonante di sax e violino, a segnalare che stavamo giocando a inventare un mondo dove gli elementi in gioco erano riconoscibili ma venivano usati in maniera diversa, per creare sonorità inedite. Insomma, cercavamo di agire imitando l’idea che ci avevano dato le poesie di Fosco, quella di un linguaggio che avrebbe pure potuto esistere, se solo le lingue si fossero evolute diversamente. (M. Altomare e S. Bollani, 2007)

È da questa magia che il presente blog trae il suo principio; in particolar modo nell’incanto di un’espressione artistica che si fonde e viene ulteriormente arricchita attraverso l’uso di diversi linguaggi.  Se è vero che il film Barry Lyndon diretto da Stanley Kubrick può essere definito una maestosa galleria di quadri paesaggistici del ‘700 fedelmente ricreati nella fotografia e nella scenografia, l’inserimento di una colonna sonora come ad esempio il Trio op. 100 di Franz Schubert (leggermente modificato e arrangiato secondo precise indicazioni del regista) dona un ulteriore significato e valenza espressiva al film. Musica e  pittura ri-create e fuse nel linguaggio cinematografico creano un unico capolavoro.

Ed è in questa rinascita nella fusione di diverse espressioni che la razza umana, pur così piena di debolezze e miserie, si fa creatrice e si ritaglia il suo angolo di divinità

gnosi delle fanfole