Nove anni di travaglio per un piccolo gioiello: Animal Kingdom di David Michôd

Il declino delle bande criminali e delle loro famiglie nella Melbourne degli anni ’80: un tema, questo, che ha sempre affascinato il regista David Michôd e che dopo nove anni di labor limae ha portato sul grande schermo come suo primo lungometraggio, aggiudicandosi il primo premio della giuria al Sundance Film Festival.

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Un lavoro lungo ed accurato che ha visto nascere un affresco insolito nel suo genere, mai retorico o melodrammatico, come invece ci si potrebbe aspettare in una gangster story, e intessuto di colori cupi e scelte musicali coraggiose. “La colonna sonora doveva essere ricca, lussureggiante, grandiosa. Forse ho spinto troppo sulla musica? Ogni volta che mi faccio questa domanda capisco che è preferibile sbagliare osando che non osare per paura di sbagliare”, racconta Michôd nella conferenza stampa di oggi nell’ambito del Festival Internazionale del Cinema di Roma.

Coraggiosa e delicata la scelta del protagonista, un giovanissimo introverso e al limite dell’autismo: “Ciò che rende difficile la scelta di un attore molto giovane non è la sua mancanza di esperienza, ma il fatto di trovare il ragazzo giusto al momento giusto. James Frecheville mi ha colpito subito per le sue capacità intuitive e l’attenzione ai particolari nella recitazione“.

La famiglia criminale in cui il giovane protagonista si trova a vivere, prevalentemente composta dagli zii più o meno senza scrupoli, trova il suo fulcro naturale nella figura di Janine ‘Smurf’ Cody (l’attrice Jacki Weaver), matriarca e capobanda morale della gang familiare, nonna del protagonista Joshua ‘J’ Cody, “una donna pericolosa ma gradevolissima, piccola e tenera“. Un’immagine femminile e rassicurante serena e sorridente, che nasconde una perfidia e una capacità di controllo ancora più terrorizzante in una superficie materna e accogliente.

Grande successo di critica al Festival Sundance lo scorso gennaio, e forte riconferma al Festival di Roma nella proiezione per la stampa. Tutto questo successo dopo nove anni di fatica lusinga ma anche spaventa il giovane regista: “mi terrorizza e mi confonde sentir parlare in termini così positivi del mio film. Quando lo riguardo insieme a un pubblico mi sembra strano. Non riesco a vedervi le scene, mi ricordo invece tutto il percorso che c’è dietro, tutte le scelte che ho fatto in questi anni. Forse non lo guarderò mai più“.