Il soffio di Tognazzi e De Cataldo come risposta al pregiudizio

Ispirato a una vicenda biografica di Giancarlo De Cataldo, autore del romanzo omonimo, Il padre e lo straniero è innanzitutto il confronto tra due culture sul tema della paternità. Diego (Alessandro Gassman) è un uomo dalla vita apparentemente normale che però nasconde il dramma familiare di un figlio, Giacomino, nato con gravi lesioni da parto. Un padre che non riesce ad accettare l’esistenza e la condizione del suo bambino e che inizierà un percorso di scoperta del suo ruolo attraverso l’incontro con Walid (Amr Waked), un siriano che vive in Italia, anch’egli genitore di un bimbo disabile.

Spesso ho raccontato di ragazzi che diventano uomini incontrando una figura paterna, questa volta racconto un uomo che impara a essere padre attraverso l’amicizia con un altro uomo” afferma Ricky Tognazzi, regista e co-sceneggiatore del film. Un uomo, il personaggio di Walid, che con la sua capacità di amare senza restrizioni, aiuta il protagonista ad avvicinarsi al figlio e ad abbandonarsi all’amore per lui. Simona Izzo, anche lei sceneggiatrice del film insieme al marito Ricky Tognazzi, Graziano Diana e Dino Giarusso, ci sottolinea questo percorso attraverso l’incontro tra due culture diverse: “C’ è un detto siciliano che dice ‘ i figli maschi si baciano solo quando dormono, a dimostrare come soprattutto la cultura del sud Italia ci tramanda un padre freddo e distaccato che tale rimane per tutta la vita. Certo, l’amore di un padre dovrebbe essere oblativo e spesso lo è, soprattutto in età avanzata“, ma il personaggio di Diego parte invece da un rifiuto totale della sua paternità e arriva, attraverso l’esempio di Walid, non solo ad accettare e amare il piccolo Giacomo, ma a scoprire una fisicità nel rapporto con il suo bambino assolutamente insolita nella nostra cultura. “La scena in cui padre e figlio sono nella doccia insieme, nudi, diventa emblema e rito di questo nuovo rapporto, in cui non solo i sentimenti ma anche i corpi si conoscono e attraverso il contatto fisico e si aprono a un amore incondizionato“.

Un film sulla diversità quindi, sulla nostra incapacità di aprirci alla scoperta dell’altro, del diverso, che sia esso uno straniero o un bambino disabile. Un viaggio di scoperta delle infinite possibilità della comunicazione non verbale esemplificato nel gesto, che Diego impara da Walid, del soffio sul viso del figlio. “Il ‘soffio”” ci spiega l’autore De Cataldo “parte dal grande buco nero che avvolge le creature che nascono con una disabilità. Al contrario degli altri bambini, che normalmente come nascono si affacciano progressivamente con sempre maggiore curiosità al mondo, queste creature sono ferme. Chi nasce in queste condizioni è fermo in un presente che non conosce futuro. E questa impossibilità del futuro si traduce immediatamente nell’incapacità di prendere contatto col mondo. Chi si occupa di loro ha il dovere e la responsabilità immane di portare il mondo verso questi bambini. Il ‘soffio’ è il mondo che tu stai portando verso di loro. Se viene accolto, provoca un sorriso, se viene respinto è perché nel profondo la sensibilità di questi bambini dice loro che il mondo non glie lo stai portando veramente, ma che stai semplicemente cercando di fare il tuo dovere, forse per farlo vedere agli altri, ma in realtà non vedi l’ora che questa storia finisca. Diego è un uomo che non ha un mondo da portare finché non lo scopre attraverso l’amicizia con Walid. Il personaggio dell’uomo arabo credo si possa considerare un emblema di come dovremmo accostarci a chi è diverso da noi, con molto rispetto e non con un’ostilità pregiudiziale

La trasposizione cinematografica (nelle sale dal 18 febbraio prossimo) non si discosta, a detta degli sceneggiatori, dal romanzo dai risvolti thriller da cui è tratto, uscito nel 1997 in epoca quindi antecedente l’attacco alle Torri Gemelle. “Prima dell’ 11 settembre quello di De Cataldo era un libro molto bello“, conclude Graziano Diana, “dopo l’11 settembre mi sembra che sia diventato anche un libro necessario, che ha trovato una sua attualità ancora più stringente“.

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2 commenti

  1. chiara’s avatar

    Sono curiosa di vedere il film, se è diretto con la stessa delicata sensibilità con cui è stato scritto varrà proprio la pena di essere andati al cinema. L’argomento è delicato e commovente, di quelli per i quali trattenere una sola lacrima è impossibile, in quanto si affonda la penna e l’occhio della cinepresa in quanto di più umanamente toccante ci possa essere: un essere indifeso che non può avere futuro, se non attraverso un cartatevole, amorevole soffio.
    Un caro saluto
    Chiara

  2. fra’s avatar

    molto interessante, grazie!
    la parte relativa a “il padre e lo straniero” mi ha fatto pensare ad un libro bellissimo che ho letto qualche anno fa, “Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia: nel libro è rappresentato, in modo molto reale e senza ipocrisia, il rapporto tra un padre ed un figlio portatore di handicap.
    ciao!
    fra

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