Folk

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Il flamenco è diventato recentemente patrimonio immateriale dell’umanità secondo l’Unesco, e Paco De Lucia suo degno ambasciatore. Il sessantatrenne artista spagnolo torna in Italia per un minitour tra Catanzaro, Cagliari e Roma mettendo insieme il meglio della sua produzione con l’apporto di una band di giovani e talentuosi interpreti di quella che è considerata la musica gitana per eccellenza.

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Costantemente in tensione tra classicità e sperimentazione, De Lucia e il suo sestetto combinano il flamenco con influenze jazz e sonorità latine, realizzando così una forma espressiva assolutamente nuova. Considerato in Spagna una leggenda vivente, e unanimemente considerato dalla critica il più importante musicista legato al flamenco, egli è riuscito a portare il flamenco fuori dai confini del suo paese e a renderlo linguaggio universale.

Ho sempre amato il canto che ritengo la forma più diretta di comunicazione ed espressione dei sentimenti. Da ragazzino, comunque, ero troppo timido per cominciare a cantare. Così ho cominciato a suonare la chitarra come se stessi cantando e forse questa è la differenza che può esserci tra me e altri chitarristi. Non so leggere la musica e allora provo sempre a raggiungere il cuore del pubblico”.

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Vinicio Capossela si concede una pausa dalla registrazione del suo ultimo e atteso lavoro. Lo abbiamo ammirato sabato scorso alla serata finale del Premio Tenco nelle sue ormai consuete visioni musicali e non solo, un vero e proprio re del palcoscenico. Ma la sua arte non si limita alla rappresentazione di un mondo multiforme, per un’immediata fruizione di un pubblico di appassionati: egli riesce a trasporre persino in assenza di un pubblico, nel momento teoricamente più asettico della registrazione in sala, tutta la sua ansia di sperimentazione e il suo bisogno di creare nuovi linguaggi.

E cosi per realizzare il suo nuovo album decide stavolta di creare la sua sala di registrazione nella sagrestia della Cattedrale dell’Assunta, presso il Castello Aragonese di Ischia. Una maestosa roccaforte a 80 metri sul mare dove ha fatto collocare un pianoforte Seiler a coda lunga degli anni Trenta: “Abbiamo voluto registrare il pianoforte e la voce nel Castello Aragonese perché è un luogo di ascesi, in cui sperimentare l’isolamento da altezza. Stare tra lo stridio dei gabbiani e gli spettri del mare. Una volta chiuso il ponte levatoio alle spalle, la volta celeste ci ruota addosso attraverso le occhiate delle rovine della cattedrale aperte in alto. Ci si muove nel cielo rimanendo fermi, come in un planetario. In sottofondo il rumore del mare, come un basso continuo“.

Il mago di Hannover non è nuovo a locations inusuali. Si ricordi la scelta delle grotte di Ispinigoli in Sardegna per registrare “Brucia Troia” dell’album Ovunque proteggi quattro anni fa; un album intriso di mitologia, citazioni bibliche e derive dell’anima. Stavolta, dopo la parentesi “circense” di Da solo, le citazioni letterarie e poetiche si arricchiscono ulteriormente, facendo da guida principale alle sperimentazioni musicali.

Il suo lavoro si concluderà a breve nell’isola di Creta, sotto il monte Ida:

La letteratura di mare è quella che espone di più l’uomo al contatto col suo destino, un mare di carta in cui ritrovare indicazioni utili alla rotta della nostra vita. Così è iniziato anche il nostro viaggio. Come in un romanzo a tre gambe: un vecchio pianoforte proveniente dalla mitteleuropa e il suo accordatore, Egidio Galvan, un ingegnere del suono e produttore, Taketo Gohara, e un maestro orchestratore, Stefano Nanni. Con questa piccola barchetta e questa compagnia ‘picciòla’, ha avuto inizio la nostra navigazione che ci condurrà fino a Creta sotto il monte Ida, fino all’ecotrofio dei lamenti di Psarantonis, lo Zeus con la lira

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