Spettacoli

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Scusate ma proprio non posso dire quasi niente di buono sull’ultimo film con Angelina Jolie, la quale per di più si trova affiancata da Johnny Depp e diretta da Florian Henckel von Donnersmarck (il regista di Le vite degli altri, Oscar al miglior film straniero 2007), quindi teoricamente pienamente in possibilità di realizzare qualcosa di buono. E invece no. The tourist risulta una banale spy story con risvolti comici non si sa quanto involontari, dove mancano le novità, manca il mordente, il film stenta a decollare e gli stessi due protagonisti sembrano poco convinti dei rispettivi personaggi. Neanche la colonna sonora aiuta, anzi; e la scenografia, che spazia dall’Italia e la Francia, affonda e affoga nei luoghi comuni turistici. Infine ci si mettono pure le gag offerte dal gruppetto degli italiani (Nino Frassica e Christian De Sica) a condannare il film a una mediocrità senza appello.

Insomma se il passo falso di Johnny Depp sorprende, vista la sua capacità di rendere guardabili autentiche boiate, l’interpretazione di Angelina Jolie purtroppo conferma che l’attrice è da un po’ che non riesce a fare centro.

Menomale che nel multisala mi son potuta aggrappare ai pop corn formato famiglia…


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La Warner Bros. ha trovato 17 minuti inediti di riprese di 2001: Odissea nello spazio, il classico di Stanley Kubrick del 1968. Il girato, secondo Slash Film e The Film Stage che hanno riportato la notizia, si trovava in una cassaforte situata in una miniera di sale del Kansas, luogo che possiede condizioni climatiche adeguate alla conservazione delle pellicole cinematografiche. A dare la notizia del ritrovamento è stato Douglas Trumbull, che all’epoca fu supervisore degli effetti speciali, durante la presentazione di un suo documentario sul capolavoro di Kubrick al festival di Toronto. A quanto narra Trumbull, inizialmente la durata del film era di 160 minuti, successivamente Kubrick scelse di tagliare alcune scene per alleggerire la narrazione. Pare che gli spezzoni contengano alcune scene sulla parte del film riguardante l’origine dell’uomo, altri la ricerca di Dave Bowman (Keir Dullea) di un antenna da sostituire, la parte dell’ammunitamento di HAL 9000, ed una camminata nello spazio di Frank Poole (Gary Lockwood). Trumbull infine ha riferito che non sa cosa la Warner preveda di fare con le riprese ritrovate, fortunatamente, in perfette condizioni.

Un annuncio emozionante, non confermato ufficialmente, che sta mettendo in fibrillazione i cinefili di tutto il mondo: del resto il capolavoro fantascientifico-metafisico di Stanley Kubrick, uscito nel 1968 e tratto molto liberamente dal romanzo di Arthur C. Clarke, è stato oggetto, già all’epoca dell’apparizione nelle sale, di un’adorazione parareligiosa da parte di schiere di fan; e che non ha mai più perso, nel corso del tempo, il suo carisma e la sua aura quasi leggendaria. Personalmente trovo difficile immaginare un racconto più riuscito in linguaggio cinematografico sul ciclo di vita e morte e sull’eternità della vita. Evidentemente l’eternità della vita di Kubrick ha lasciato ulteriori tracce tra noi, fa piacere pensarla come un suo regalo di Natale dall’universo.

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Aveva 88 anni il versatile e brillante regista Blake Edwards, la cui leggerezza,  ironia, la sua capacità di dirigere interpreti talentuosi (si pensi a Peter Sellers o a Audrey Hepburn), hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia del cinema e anche del costume. Basti pensare alle esilaranti vicende della Pantera rosa, e ancor prima il romantico ed elegante adattamento per il grande schermo del romanzo di Truman Capote Colazione da Tiffany, continuando poi con il graffiante Hollywood party (ancora con un allucinato Peter Sellers) e l’esilarante commedia en travesti Victor Victoria (con la seconda moglie Julie Andrews).

Insomma, dobbiamo purtroppo salutare anche lui. Ci ha lasciato mercoledi scorso per una complicazione polmonare presso il St. John’s Health Center di Santa Monica, California,dove era ricoverato.

William Blake McEdwards (questo il suo vero nome) è figlio d’arte: suo nonno, J. Gordon Edwards, era un regista del muto e il padre, Jack McEdwards, un regista teatrale e produttore. Dopo i primi anni in cui si era cimentato come comparsa prima e attore cinematografico poi, inizia negli anni ’50 la sua avventura nella commedia americana, e nel 1961 raggiunge le vette dell’Olimpo hollywoodiano grazie al successo di Colazione da Tiffany. Nonostante i suoi film abbiano sempre colto nel segno e conquistato pubblico e critica, Edwards non è mai stato un autore amato dall’estabilishment: un po’ per il suo celebre caratteraccio, un po’ perché ha spesso citato in tribunale, per un motivo o per l’altro legato ai contratti, le case di produzione. “C’è così poca gente con un briciolo di coscienza in questo posto“, si sfogò una volta, per giustificare la sua bellicosità contro gli “studios”. Alla fine della sua carriera, nel 2004, quando già da qualche anno aveva messo da parte la cinepresa (l’ultima sua regia è stata Il figlio della Pantera Rosa con il nostro Roberto Benigni), l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences gli consegna l’Oscar alla carriera. Un po’ pochino e un po’ tardi, possiamo dire, ma si sa non è, non fu e non sarà né il primo caso, né l’ultimo.

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Già vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance e di diversi riconoscimenti a Berlino, Winter’s Bone della statunitense Debra Granik ha fatto man bassa di premi anche al Festival di Torino meritandosi quello più prestigioso e in aggiunta l’ex aequo per la miglior attrice, la ventenne Jennifer Lawrence, che lo ha condiviso con Erica Rivas, protagonista dell’argentino Por tua culpa di Anahi Berneri. Al suo secondo lungometraggio, la Granik basa la sua storia su un romanzo di Daniel Woodrell, Un gelido inverno: storia molto faulkneriana, ambientata nell’America contadina dello sperduto altopiano d’Ozark nel Missouri dove la diciassettenne Ree Dolly si trova a curare e mantenere una famiglia nella quale la madre è depressa e assente e il padre in carcere per droga. Il film è un affresco dai toni glaciali di un’America marginale e abbandonata a se stessa. Attraverso una fotografia dai toni lividi e una location ostile di reminescenza quasi western, la pellicola indipendente della regista americana racconta una femminilità apparentemente succube e piegata alla legge maschile del più forte ma in realtà coraggiosamente capace di esserne l’unica alternativa concreta, attraverso la solidarietà e il coraggio.

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Rovistando nel calderone dei natalizi panettoni cinematografici, spunta talvolta qualcosa di interessante. E’ il caso del film Tornando a casa per Natale di Bent Hamer, regista norvegese apprezzato già per le sue pellicole Kitchen Stories, Factotum e Il mondo di Horten. La storia è tratta da una selezione di racconti brevi del norvegese Levi Henriksen, “Only Soft Presents Under the Tree” in cui sono narrate le vicende di più persone. Tra queste un padre che non riesce più a vedere i propri figli poiché cacciato fuori di casa dalla moglie, un ragazzino protestante in preda a una cotta per una sua coetanea mussulmana, un medico troppo dedito al proprio lavoro per dedicarsi come si deve a sua moglie, un ex-calciatore ridotto all’accattonaggio, un uomo anziano ed una donna che soffre per un amore non corrisposto. Intrecci di situazioni diverse tra loro, accomunate dall’ambientazione nella fittizia cittadina norvegese di Skogli il giorno della vigilia di Natale. Allo stesso tempo si possono considerare vicende che potrebbero esistere benissimo in qualsiasi altro contesto; quasi cartoline di variegate esistenze umane, tutte ugualmente afflitte dai propri drammi privati, per le quali il Natale rappresenta il ‘topos‘ del luogo familiare (come la casa) in cui (re)incontrare finalmente sé stessi e imparare ad amare nelle accezioni più disparate.

Lo sguardo del regista è prevalentemente fisso, e la narrazione in alcuni momenti lenta e sospesa, e questi elementi sembrano conferire alle singole storie un valore esistenziale più vasto: la privazione e lontananza straziante degli affetti o della propria terra, la perdita d’identità e/o di dignità, la ricerca dell’amore o di suoi surrogati.

Io non volevo fare un film sul Natale, ma mi serviva la giusta atmosfera per mostrare situazioni che fossero un po’ estreme“, racconta Bent Hamer, “Tutti i personaggi sono soli, hanno situazioni personali non proprio normali, e lo sfondo della festa fa risaltare queste situazioni. Comunque io trovo che mostrare la solitudine sia un modo per raccontare la realtà della gente, perché la gente sola è più fragile; più incline a mostrare i propri sentimenti“.

Se proprio vogliamo ricordare anche nelle sale cinematografiche che il Natale è alle porte, facciamolo così, con un viaggio nel Natale dell’anima, dove le storie più disparate portano qualche segno delle nostre stesse esperienze.

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Prima mondiale stasera a Londra per il primo capitolo di Harry Potter e i doni della morte, diretto da David Yates, lo stesso regista di “Harry Potter e l’Ordine della Fenice” e “Harry Potter e il principe mezzosangue”. In questo gran finale delle avventure dei “magici tre”, i toni e i colori, già più maturi negli ultimi episodi usciti, si fanno ora cupi, intimisti, in certi frammenti drammatici.

Siamo, forse, alle ultime battute della saga più seguita negli ultimi dieci anni e per l’occasione è stato organizzato un vero e proprio evento. La prima parte dell’episodio finale della saga sarà proiettato contemporaneamente nei cinema Odeon ed Empire a Leicester Square, e sarà in quest’ultimo scenario che Daniel Radcliffe (Harry), Emma Watson (Hermione), Rupert Grint (Ron) incontreranno i loro numerosissimi e devoti fan in una magnifica scenografia del Regno di Lord Voldemort (Ralph Fiennes). Quasi una cerimonia di addio per i tre giovani che hanno passato metà della loro vita a Hogwarts; un distacco (sembrerebbe definitivo) che per tutti è stato traumatico. “Abbiamo pianto tutti come fontane” raccontano, ma contemporaneamente c’è tanto desiderio di sperimentare novità dietro al paura del vuoto al termine dell’avventura. “Voglio godermi questa fase di transizione, cercare il mio spazio, smetterla di fare tutto per far piacere ai miei genitori o a un regista o agli amici” racconta Emma Watson. Radcliffe invece sembra più deciso sulla sua strada di attore. Il marzo prossimo sarà a Broadway per recitare nel musical di Frank Loesser ‘How to Succeed in Business without Really Trying’. Dopo tornerà sul set per recitare in ‘The Woman in Black’, storia di fantasmi con Ciaran Hinds e Janet McTeer, e – si dice – una parte in ‘The Journey Is the Destination’ e ‘All Quiet on the Western Front’.

All’inizio ero un bambino, non recitavo, ero me stesso quasi in un gioco, sono nel tempo ho cominciato a pensare come un attore e a lavorare con la testa. Non so se un giorno riuscirò a non essere più identificato con Harry Potter, so che ci proverò. Ho la fortuna di un conto in banca, posso permettermi di scegliere il lavoro. In ogni caso il legame con Harry e con tutti quelli che lo hanno fatto non morirà mai. Siamo come una famiglia mafiosa, non puoi uscirne davvero“.

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La kermesse romana è giunta infine al termine, con le premiazioni di rito e poche sorprese.

Il Marc’Aurelio della Giuria al miglior film è andato a Kill me please del regista belga Olias Barco, innovativo noir interamente in bianco e nero che affronta in modo coraggioso il tema dell’eutanasia. Una scelta coraggiosa, sottolineata durante la premiazione dal regista stesso “un film punk premiato da una giuria punk. Ringrazio la signora Detassis, direttore artistico del Festival, per aver raccolto la sfida di mettere il mio film in concorso”. Il Gran premio della Giuria viene assegnato al film danese Hævnen-In a better world diretto da Susanne Bier; il Premio Speciale della Giuria Marc’Aurelio a The Poll Diaries del tedesco Chris Kraus, ambientato alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Il Marc’Aurelio “Alice nella città” ( dedicato ai film per ragazzi sotto i 12 anni) è stato assegnato a I Want To Be a Soldier di Christian Molina, prodotto da Valeria Marini.

Grande soddisfazione per Tony Servillo a cui va il Marc’Aurelio per la miglior interpretazione nel film Una vita tranquilla di Claudio Cupellini, in cui interpreta la parte di Rosario, di mestiere cuoco, che si trasferisce in Germania per sfuggire al suo passato da malavitoso. Durante la premiazione, l’attore si rivolge alla giuria che lo ha premiato e non dimentica le proteste degli addetti ai alvori dei giorni scorsi: ‘Non avrei mai immaginato di essere premiato da artisti a cui devo parte della mia formazione e talento. Questo premio lo dedico al cinema e al teatro italiani che si sono ribellati ai tagli. Cinema e teatro nel valore piu’ profondo di impresa ovvero di lavoro, lavoro e avventura

Infine riconoscimento corale con il Marc’Aurelio per la miglior attrice alle interpreti femminili di Las buenas hierbas di María Novaro.

Nessuna particolare sorpresa. aggiunta a una qualità non eccelsa dei film in concorso; quest’edizione del Festival ha però confermato sempre di più le sue caratteristiche peculiari. Nato come Festa per il pubblico, negli anni non ha perso questa sua connotazione “popolare” rispetto alle manifestazioni certo più esclusive come Venezia e Cannes, spalancando di fatto le porte alla gente comune che ha potuto, oltre a vedere i film in concorso e non, partecipare agli incontri con star e addetti ai lavori. Questa formula ha funzionato, a detta delle cifre delle presenze in sala, e intende proseguire in questo cocktail di cinema, glamour e pubblico.

L’unico augurio è che l’anno prossimo i pacifici ma risoluti addetti ai lavori del movimento CentoAutori non siano ancora costretti a contendere il red carpet alle star ospiti del Festival…

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La dolce vita di Federico Fellini si rifà il trucco e torna alla luce più bella che mai. Grazie alla collaborazione tra la Cineteca di Bologna e il Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale il film è stato restaurato utilizzando la tecnologia digitale che ha permesso di evidenziare fotogrammi altrimenti invisibili nel negativo originale.

La presentazione al Festival del Cinema di Roma del capolavoro felliniano restaurato coincide con i suoi primi 50 anni di vita, e per l’occasione sono stati proposti alcuni tagli effettuati dal regista per la redazione finale, trovati in una versione più lunga di dieci conservata nella Cineteca Nazionale.

Padrino d’eccezione dell’iniziativa, Martin Scorsese e la sua Film Foundation (associazione no profit a sostegno della conservazione e del restauro dei film), che oltre a La dolce vita ha gia’ salvato 550 classici del cinema dall’oblio.

Il grande regista di origini italoamericane considera La dolce vita una pietra miliare del cinema mondiale: “Esiste un ‘prima de La dolce vita’ e un ‘dopo La dolce vita’, è un film che ha cambiato per sempre le regole della narrazione cinematografica, in Europa, in America e in tutto l’Occidente. Dura quanto un film epico e commerciale ma non lo è; non ha una trama precisa né una storia, ma racchiude in sé una tale intensità morale, una tale intelligenza e maturità mai viste prima“.

Secondo Scorsese è proprio da quest’opera che nasce il fellinesque: “non più trame ma affreschi, murales fatti di sguardi, colori, ombre, occhi, pettinature che vengono spinte dal punto di vista espressivo sempre di più fino ad arrivare al grottesco“.

Contemporaneamente allo svolgersi del Festival romano, la rinata pellicola felliniana è stata distribuita in dodici città italiane per essere proiettata gratuitamente, secondo un’iniziativa della Medusa Film, sponsor del progetto di restauro.

Non sono un fissato per la storia“, conclude Scorsese, “ma senza passato non c’è futuro. Per quanto riguarda il cinema, l’unica cosa che possiamo fare è recuperare quei cineasti e quegli stili cinematografici che ci hanno formato e farli conoscere ai giovani.


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Ispirato a una vicenda biografica di Giancarlo De Cataldo, autore del romanzo omonimo, Il padre e lo straniero è innanzitutto il confronto tra due culture sul tema della paternità. Diego (Alessandro Gassman) è un uomo dalla vita apparentemente normale che però nasconde il dramma familiare di un figlio, Giacomino, nato con gravi lesioni da parto. Un padre che non riesce ad accettare l’esistenza e la condizione del suo bambino e che inizierà un percorso di scoperta del suo ruolo attraverso l’incontro con Walid (Amr Waked), un siriano che vive in Italia, anch’egli genitore di un bimbo disabile.

Spesso ho raccontato di ragazzi che diventano uomini incontrando una figura paterna, questa volta racconto un uomo che impara a essere padre attraverso l’amicizia con un altro uomo” afferma Ricky Tognazzi, regista e co-sceneggiatore del film. Un uomo, il personaggio di Walid, che con la sua capacità di amare senza restrizioni, aiuta il protagonista ad avvicinarsi al figlio e ad abbandonarsi all’amore per lui. Simona Izzo, anche lei sceneggiatrice del film insieme al marito Ricky Tognazzi, Graziano Diana e Dino Giarusso, ci sottolinea questo percorso attraverso l’incontro tra due culture diverse: “C’ è un detto siciliano che dice ‘ i figli maschi si baciano solo quando dormono, a dimostrare come soprattutto la cultura del sud Italia ci tramanda un padre freddo e distaccato che tale rimane per tutta la vita. Certo, l’amore di un padre dovrebbe essere oblativo e spesso lo è, soprattutto in età avanzata“, ma il personaggio di Diego parte invece da un rifiuto totale della sua paternità e arriva, attraverso l’esempio di Walid, non solo ad accettare e amare il piccolo Giacomo, ma a scoprire una fisicità nel rapporto con il suo bambino assolutamente insolita nella nostra cultura. “La scena in cui padre e figlio sono nella doccia insieme, nudi, diventa emblema e rito di questo nuovo rapporto, in cui non solo i sentimenti ma anche i corpi si conoscono e attraverso il contatto fisico e si aprono a un amore incondizionato“.

Un film sulla diversità quindi, sulla nostra incapacità di aprirci alla scoperta dell’altro, del diverso, che sia esso uno straniero o un bambino disabile. Un viaggio di scoperta delle infinite possibilità della comunicazione non verbale esemplificato nel gesto, che Diego impara da Walid, del soffio sul viso del figlio. “Il ‘soffio”” ci spiega l’autore De Cataldo “parte dal grande buco nero che avvolge le creature che nascono con una disabilità. Al contrario degli altri bambini, che normalmente come nascono si affacciano progressivamente con sempre maggiore curiosità al mondo, queste creature sono ferme. Chi nasce in queste condizioni è fermo in un presente che non conosce futuro. E questa impossibilità del futuro si traduce immediatamente nell’incapacità di prendere contatto col mondo. Chi si occupa di loro ha il dovere e la responsabilità immane di portare il mondo verso questi bambini. Il ‘soffio’ è il mondo che tu stai portando verso di loro. Se viene accolto, provoca un sorriso, se viene respinto è perché nel profondo la sensibilità di questi bambini dice loro che il mondo non glie lo stai portando veramente, ma che stai semplicemente cercando di fare il tuo dovere, forse per farlo vedere agli altri, ma in realtà non vedi l’ora che questa storia finisca. Diego è un uomo che non ha un mondo da portare finché non lo scopre attraverso l’amicizia con Walid. Il personaggio dell’uomo arabo credo si possa considerare un emblema di come dovremmo accostarci a chi è diverso da noi, con molto rispetto e non con un’ostilità pregiudiziale

La trasposizione cinematografica (nelle sale dal 18 febbraio prossimo) non si discosta, a detta degli sceneggiatori, dal romanzo dai risvolti thriller da cui è tratto, uscito nel 1997 in epoca quindi antecedente l’attacco alle Torri Gemelle. “Prima dell’ 11 settembre quello di De Cataldo era un libro molto bello“, conclude Graziano Diana, “dopo l’11 settembre mi sembra che sia diventato anche un libro necessario, che ha trovato una sua attualità ancora più stringente“.

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Movimentato l’incontro di oggi con l’attirce Fanny Ardant, ospite del Festival Del Cinema di Roma per presentare il suo primo lavoro dietro la macchina da presa. Si tratta di un cortometraggio sul tema dell’integrazione dei Rom di circa 12 minuti, realizzato su invito della Ong Then and Now: Beyond borders and differences, e ispirato all’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani: “ognuno ha diritto alla libertà di espressione, di pensiero e di religione”. Il titolo, Chimères absentes, fa riferimento alle motivazioni più profonde che ispirano l’attrice e neo regista: “Questo film non è un documentario. L’ho voluto come atto d’amore verso un mondo. Potevo entrare nella loro vita con una macchina da presa e filmare la realtà. Ho preferito invece rappresentare l’utopia, il sogno: Chimères appunto sono i sogni, absentes significa che non esistono, che non sono reali. Penso che oggi il mondo possa andare avanti solo con un grande sogno, un’utopia“. E nei confronti degli zingari l’utopia consiste nel desiderio che ci sia da parte nostra un passo “verso” di loro; un invito, attraverso immagini danzanti e sognatrici, a considerare la popolazione Rom alla stregua di altre, con pregi e difetti, ma con una difficoltà maggiore rispetto ad altre etnie a suscitare interesse e curiosità.

Quello che a una prima visione può sembrare un video tenero e ingenuo di tzigani che suonano e inneggiano alla libertà diventa, attraverso le parole dell’Ardant in risposta alle più o meno taglienti provocazioni della stampa, un preciso invito alla riflessione.

A chi le chiede se abbia un’alternativa alla soluzione del governo francese alla questione Rom, Fanny Ardant risponde: “Innanzitutto io sono un’attrice. Non sono uan donna che si occupa di politica. Preferisco quindi parlare a nome dell’amore per l’essere umano. Trovo restrittivo e umiliante per gli zingari ridurli e strumentalizzarli a favore dell’una o dell’altra fazione politica. Tutto questo può dispiacere, e lo accetto, e sono pronta a difendere le mie idee e dire ‘Non ho una soluzione alternativa’”.

Calorosa e decisa la solidarietà dell’attrice alla manifestazione del movimento CentoAutori in difesa del cinema che “è parte della cultura; e la cultura è quel qualcosa di inafferrabile che entra nel cuore della gente e ci fa pensare. Senza cultura siamo un paese di pecore, un paese morto. Dunque, è giusto poter affermare ‘Non sono d’accordo’, siamo in democrazia e in democrazia c’è la dialettica, si discute. C’è posto per tutti; è così che si va avanti. Ripeto, non ho soluzioni, ma credo nel cinema, credo nei romanzi, nell’arte per cambiare il volto del mondo”.

Il declino delle bande criminali e delle loro famiglie nella Melbourne degli anni ’80: un tema, questo, che ha sempre affascinato il regista David Michôd e che dopo nove anni di labor limae ha portato sul grande schermo come suo primo lungometraggio, aggiudicandosi il primo premio della giuria al Sundance Film Festival.

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Un lavoro lungo ed accurato che ha visto nascere un affresco insolito nel suo genere, mai retorico o melodrammatico, come invece ci si potrebbe aspettare in una gangster story, e intessuto di colori cupi e scelte musicali coraggiose. “La colonna sonora doveva essere ricca, lussureggiante, grandiosa. Forse ho spinto troppo sulla musica? Ogni volta che mi faccio questa domanda capisco che è preferibile sbagliare osando che non osare per paura di sbagliare”, racconta Michôd nella conferenza stampa di oggi nell’ambito del Festival Internazionale del Cinema di Roma.

Coraggiosa e delicata la scelta del protagonista, un giovanissimo introverso e al limite dell’autismo: “Ciò che rende difficile la scelta di un attore molto giovane non è la sua mancanza di esperienza, ma il fatto di trovare il ragazzo giusto al momento giusto. James Frecheville mi ha colpito subito per le sue capacità intuitive e l’attenzione ai particolari nella recitazione“.

La famiglia criminale in cui il giovane protagonista si trova a vivere, prevalentemente composta dagli zii più o meno senza scrupoli, trova il suo fulcro naturale nella figura di Janine ‘Smurf’ Cody (l’attrice Jacki Weaver), matriarca e capobanda morale della gang familiare, nonna del protagonista Joshua ‘J’ Cody, “una donna pericolosa ma gradevolissima, piccola e tenera“. Un’immagine femminile e rassicurante serena e sorridente, che nasconde una perfidia e una capacità di controllo ancora più terrorizzante in una superficie materna e accogliente.

Grande successo di critica al Festival Sundance lo scorso gennaio, e forte riconferma al Festival di Roma nella proiezione per la stampa. Tutto questo successo dopo nove anni di fatica lusinga ma anche spaventa il giovane regista: “mi terrorizza e mi confonde sentir parlare in termini così positivi del mio film. Quando lo riguardo insieme a un pubblico mi sembra strano. Non riesco a vedervi le scene, mi ricordo invece tutto il percorso che c’è dietro, tutte le scelte che ho fatto in questi anni. Forse non lo guarderò mai più“.

Doveva essere la vera e classica inaugurazione del red carpet al Festival del Cinema di Roma, con la sfilata della giuria internazionale e del cast del film Last Night, e invece a sfilare sono stati gli addetti ai lavori riuniti dall’associazione CentoAutori, i quali hanno occupato la scena con una protesta pacifica, civikle e anche festosa con maschere e striscioni, ma decisa.

Riflettori puntati quindi su attori, scenografi, tecnici e tutte le figure professionali che ruotano intorno all’industria cinematografica, i quali ancora una volta e sempre con più forza si oppongono ai tagli che il presente governo intende effettuare nell’arte e nello spettacolo.  Numerosi i volti noti a sostegno della loro causa: Paolo Virzì, Beppe Fiorello, Neri Marcoré tra gli altri. In aggiunta è intervenuto il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, mettendo in evidenza come la manifestazione fosse di “giovani che lottano per il loro e il futuro del Paese affossato dalla politica economica del centro destra che ha devastato il ceto medio e che si appresta a distruggere il cinema italiano”.

Infine, il cast della prima proiezione ufficiale del Festival ha voluto manifestare la sua solidarietà con un intervento rivolto alla folla della regista Massy Tadjedin insieme a Guillaume Canet, uno dei protagonisti della pellicola in concorso. 

Abbiamo assistito ieri alla presentazione del documentario Ritratto di mio padre dalla regista Maria Sole Tognazzi che cerca di ricostruire la figura del padre Ugo, uno dei più grandi attori del periodo d’oro delk cinema italiano. L’intento della regista è di scoprire e ri-scoprire “un uomo che ho imparato a conoscere nel tempo, che continuo a conoscere tuttora”,  attraverso interviste ufficiali e riprese private in Super8, spesso girate dall’attore stesso.

La conferenza stampa è stata un’occasione ulteriore per mettere a fuoco a venti anni dalla scomparsa la grande figura di Ugo Tognazzi, ma soprattutto per rievocare con non poche note di rammarico un’epoca del cinema in tra attori, registi, autori, produttori regnava un clima di sana collaborazione e stima, dove tra partite di tennis e cene conviviali nascevano progetti e si confrontavano esperienze artistiche. Un’epoca che ha visto nascere autentici capolavori del cinema e che appare ormai scomparsa.

Mentre la città di Roma si appresta ad accogliere il Festival Internazionale del Film, presso Villa Borghese 13 associazioni dei lavoratori dello spettacolo decidono di lanciare un segnale di protesta e occupano per 24 ore circa la sede della Casa del Cinema.
È un’occasione per riunire attori, registi, autori, produttori, tecnici e fare il punto di due anni di tira e molla tra associazioni di categoria e ministero della Cultura sul tema dei tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo e sulle scelte fatte in tema di tax credit e tax shelter. Chiari sono i punti contestati al Governo e comunicati alla stampa ieri dal Movimento CentoAutori, promotore dell’iniziativa: “1) Il taglio radicale del Fondo Unico per lo Spettacolo, che ha raggiunto il minimo storico; 2) il rinvio sine die di una nuova legge cinema, superata da un non meglio precisato decreto Bondi; 3) il decreto Romani che ha fortemente ridotto gli investimenti nella produzione cinemtaografica italiana; 4) la riduzione del 30% degli investimenti nella fiction italiana, mentre il mercato pubblicitario è in ripresa; 5) la delocalizzazione sistematica e crescente delle nostre produzioni televisive; 6) il mancato rinnovo del tax credit e tax shelter”.  Ai sei punti citati va aggiunta la protesta per la recente memoria di giunta che intende rivedere radicalmente il modello gestionale della Casa del Cinema in Villa Borghese: “in particolare, la figura del Direttore Artistico verrebbe sostituita da un comitato di 7 membri, di cui 5 ‘che apportino un contributo di almeno 50.000 euro annui’”. Non più rappresentazioni gratuite per il pubblico romano, ma una gestione più vicina a un modello aziendale. 

Non solo denunce nel Comunicato dell’Associazione, bensì precise proposte di alternative all’orientamento attuale del Governo in materia di finanziamenti al settore cinematografico. Queste proposte abbracciano sia il settore cinematografico (immediato e certo ripristino della tax credit e della tax shelter; reintegro del Fus senza oneri per lo Stato attraverso un’ asta che assegni le frequenze del digitale terrestre che oggi vengono regalate a Mediaset; attuazione di un prelievo di scopo con il quale chi utilizza il cinema e l’audiovisivo italiani reinvesta una parte dei profitti nella produzione nazionale); sia quello televisivo: affrancamento dal monopolio Rai e Mediaset, riappropriazione dei diritti sulla fiction da parte di autori e produttori, utilizzazione dei canali del digitale terrestre e dei canali satellitari – molti dei quali sfruttano gratuitamente e illegalmente le produzioni italiane -, obbligo di realizzare sul territorio nazionale la fiction finanziata con il soldi del servizio pubblico, incentivazione alla produzione e diffusione del documentario in tutte le sue forme.

Gli addetti ai lavori si interrogano quindi sul futuro della creazione cinematografica in Italia e si rivolgono provocatoriamente al ministro delle Finanze: “-La cultura non si mangia-, sostiene Tremonti. Ma, forse lui non lo sa, nutre lo stesso e fornisce a quei cittadini che si fanno pubblico un alimento immateriale eppure decisivo, fatto di emozioni e sogni, consapevolezza e senso dell’identità nazionale, per guardare la realtà con occhi nuovi e immaginare un paese migliore”.

Le proposte e le alternative ci sono, la lotta continua. Auspico solo che gli addetti ai lavori continuino il dialogo e il confronto tra loro, magari coinvolgendo maggiormente chi più di tutti determina il futuro e la sopravvivenza della settima arte, vale a dire l’opinione pubblica. Una maggiore partecipazione degli spettatori colmerebbe quel divario che si avverte tra chi di cultura e arte ci vive materialmente (e in questo periodo in particolare rischia di non viverci più), e chi di quella stessa cultura e arte ci vive spiritualmente ignorando però l’esistenza delle esigenze e difficoltà degli addetti ai lavori.